
Giuseppe Manfredini
Il congresso nazionale della Società italiana della caviglia e del piede (Sicp) si focalizza sulle patologie sport-correlate, offrendo una panoramica sui criteri diagnostici e sulle tecniche chirurgiche
Il congresso nazionale della Società italiana della caviglia e del piede (Sicp) si tiene a Modena il 15 e 16 ottobre, ha come tema le patologie di caviglia e piede nel paziente sportivo e si propone di approfondire le conoscenze diagnostiche e terapeutiche in questo ambito. Presidente del congresso è Giuseppe Manfredini, specialista in Ortopedia e Traumatologia presso la Casa di cura Fogliani di Modena.
Si apre con un corso presongressuale in cui si esaminano i principali sport, le loro peculiarità e le patologie che più frequentemente si osservano. A seguire, è prevista una sessione di comunicazioni libere e sul tema che, come ci ha detto Manfredini, «è stata pensata per poter far parlare gli specializzandi e i giovani specialisti, che rappresentano il futuro della nostra società».
In una sala satellite, è prevista una sessione per specialisti di altre discipline, per i fisioterapisti e per i podologi con temi di interesse generale. Nell’ultima parte della prima giornata si parla delle patologie dello sport nell’adolescente con presentazione di casi clinici e ci sarà un focus sulla cartilagine.
«La seconda giornata – spiega Manfredini – dopo un inquadramento tradizionale del tema congressuale, avrà un indirizzo più chirurgico, perché prevede molte sessioni con casi clinici e relazioni affidate a ospiti nazionali e internazionali, con l’obiettivo di fare il punto sulle linee di trattamento delle patologie di caviglia e piede nello sport. Desidero ringraziare il presidente onorario, dottor Umberto Alfieri Montrasio, e i miei collaboratori per l’aiuto e i preziosi consigli che quotidianamente mi danno».
Dottor Manfredini, quanto incidono fattori come tecnica sportiva, superficie di gioco e calzature nello sviluppo delle patologie della caviglia e del piede?
I fattori estrinseci, quelli che possono essere più facilmente modificati, sono estremamente importanti per scatenare e mantenere nel tempo la sintomatologia dolorosa dell’atleta. Ad esempio: una calzatura non conforme e inadatta alla morfologia del piede, può essere il fattore che determina una patologia, come può essere una metatarsalgia biomeccanica.
È fondamentale considerare lo sportivo nel suo insieme e condurre un esame obiettivo esaustivo che miri a evidenziare le alterazioni anatomo-funzionali della caviglia e del piede e correlarle ai fattori estrinseci in cui è sottoposto l’atleta. Modificare un gesto atletico, associare un’ortesi personalizzata o utilizzare una calzatura adattata possono risolvere situazioni di disagio nella pratica sportiva. Molte sono le figure che intervengono in questo processo decisionale e che possono dare il loro contributo per arrivare a una soluzione del problema.
Quali segnali dovrebbero indurre lo sportivo amatoriale a fermarsi e rivolgersi allo specialista?
Il dolore e la riduzione della performance sportiva ad esso correlata sono due segni che vengono percepiti immediatamente dall’atleta e che dovrebbero indirizzarlo verso un consulto specialistico.
In altri casi il dolore che si presenta con caratteristiche più sfumate e con maggior cronicità deve mettere in allarme l’atleta, che rischia di innescare una serie di eventi negativi, che porteranno a danni anatomo-patologici permanenti.
La visita specialistica è necessaria per l’inquadramento clinico e per richiedere gli esami di primo e di secondo livello, che forniranno le indicazioni per una corretta diagnosi. Non si deve dimenticare che, tra gli specialisti coinvolti nel processo diagnostico, c’è il medico radiologo, al quale devono essere fornite tutte le informazioni cliniche necessarie per poter rispondere ai nostri quesiti e dubbi clinici.
La partecipazione di diverse figure mediche è il segreto del successo per arrivare alla guarigione.
In generale, quando è indicato il trattamento conservativo e quando, invece, l’intervento chirurgico rappresenta la scelta più appropriata?
Nella maggior parte dei casi il trattamento conservativo è il primo approccio da perseguire per le patologie da overuse che non sono comprese nel gruppo delle lesioni acute ossee e tendinee. Per arrivare a una diagnosi è necessario avere una visione completa dei fattori di rischio e degli aspetti clinici peculiari del piede e della caviglia e correlare questi dati con accertamenti di primo o di secondo livello. In questo modo si possono adottare strategie di trattamento con l’obiettivo di correggere o compensare le cause alla base della sintomatologia.
Ad esempio, negli sportivi il morfotipo del piede cavo, ovvero con eccesso di supinazione, è quello che nella pratica clinica maggiormente si riscontra e che può subire degli eccessi di carico nelle strutture osteoarticolari sia del piede che della caviglia. Lo scopo del trattamento conservativo sarà di neutralizzare le anomalie funzionali, grazie all’impiego di ortesi personalizzate, correttivi sulle calzature e protocolli di allenamento specifici.
In altri casi, le alterazioni anatomo-patologiche dei tendini e delle strutture osteoarticolari che si manifestano con le tipiche caratteristiche di cronicità, non risponderanno più alle terapie conservative e la guarigione dovrà prevedere trattamenti chirurgici mirati, che saranno specifici a seconda del problema. La chirurgia e gli approcci mininvasivi che sono stati introdotti negli ultimi 10-15 anni hanno migliorato sia i risultati che il recupero funzionale, con un ritorno allo sport più precoce.
L’artroscopia della caviglia è uno dei settori che ha visto aumentare negli ultimi anni in modo esponenziale le indicazioni per il trattamento di molteplici patologie sport-correlate. Per tali motivi lo sportivo di qualsiasi età e livello può usufruire di strategie che prevedono di favorire la guarigione dei tendini e della cartilagine, grazie anche alle novità dell’ortobiologia che possono essere combinate con le tecniche artroscopiche.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia
CASO CLINICO
Caso clinico di una paziente di 40 anni, mezzofondista dilettante che ha riportato un trauma distorsivo del piede sinistro durante una competizione podistica amatoriale.








