
Alberto Belluati
La fotografia della professione nel pubblico fatta dal presidente Otodi è critica: chi può si sposta nel settore privato, dai chirurghi più affermati ai giovani specializzati, che però si perdono la vera palestra chirurgica della traumatologia
A metà del suo impegno come presidente dell’Otodi (Ortopedici e traumatologi ospedalieri d’Italia) abbiamo chiesto una fotografia dello stato dell’ortopedia pubblica in Italia ad Alberto Belluati, direttore dell’Unità operativa complessa di ortopedia e traumatologia dell’Ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna. Iniziato lo scorso anno, il mandato di Belluati si sta svolgendo in un periodo in cui, tra tagli già effettuati e altri ventilati, tutta la sanità italiana si trova di fronte alla sfida di mantenere elevati livelli di servizio ai pazienti con risorse da molti ritenute insufficienti. In questo contesto abbiamo voluto anche capire quali possono essere il ruolo e le possibilità di intervento di una società come Otodi, che è un riferimento nazionale ma mantiene una forte presenza sul territorio, operando in tutta Italia come confederazione di associazioni regionali.
Presidente Belluati, com’è la situazione lavorativa e occupazionale degli ortopedici ospedalieri in Italia?
Parlando di sanità pubblica, che è quella che conosco e che vivo, posso affermare che la situazione lavorativa è da considerarsi più che accettabile. Credo però che questo sia dovuto soprattutto all’atteggiamento e alla responsabilità degli ortopedici, che hanno molta voglia di fare e questo porta naturalmente a minimizzare l’impatto dei problemi; tuttavia alcuni problemi oggettivi ci sono, specie a causa della parte amministrativa e burocratica del lavoro, che complica la quotidianità.
C’è poi da segnalare che il contesto lavorativo nazionale presenta profonde differenze a livello delle singole Regioni e addirittura a livello delle singole realtà locali. Sembra paradossale ma lo stesso professionista ha obblighi e diritti diversi a seconda che presti la sua opera a Bressanone, a Roma o a Catania, o anche semplicemente fra Regioni confinanti come Emilia Romagna o Lombardia. Di conseguenza, anche il cittadino si trova ad affrontare realtà diverse in base alle aziende sanitarie a cui si rivolge.
In generale, vi sono importanti criticità delle dotazioni organiche, il che ha costretto tutte le unità operative a cambiamenti significativi delle singole organizzazioni interne, per poter comunque garantire un servizio di alto livello ai pazienti.
Quanto ha influito la spending review degli scorsi anni sull’assetto dei reparti di ortopedia? Ci sono stati miglioramenti di efficienza e razionalizzazioni oppure le ristrettezze economiche si sono riversate nell’assistenza e cura dei pazienti?
Sicuramente i reparti hanno risentito negativamente della riduzione delle risorse e dei budget annuali; è comunque incontestabile che tutte le direzioni generali hanno cercato di ottimizzare e concentrare le risorse anche con una positiva lungimiranza.
Alcune situazioni sono fallite e falliranno perché non si tiene conto dell’esperienza dei clinici e non li si coinvolge nelle decisioni organizzative e programmatiche, affidate solo a parametri e dati statistici che non sempre trovano corrispondenza nelle singole, specifiche realtà.
Chi si sta spostando nel privato o nel privato accreditato, i chirurghi affermati o i giovani appena specializzati? Come mai accade questo?
Tutti quelli che possono “scappano”.
Lo fanno i chirurghi esperti con la percezione che, nel settore pubblico, chi è davvero bravo dia fastidio o comunque fatichi particolarmente a emergere. In alcune realtà addirittura non si facilita la libera professione intramoenia, nonostante porti enormi introiti all’azienda.
I giovani specializzati invece preferiscono le cliniche private perché pensano a guadagni facili con minori sforzi, evitando così quella palestra chirurgica che a mio parere tutti dovrebbero fare che è la traumatologia.
Infine, tutti gli altri, quelli che hanno ormai raggiunto una buona autonomia chirurgica, fuggono per le scarse possibilità di carriera e per lo stipendio.
Nello scenario che ci ha descritto, qual è l’impegno principale di Otodi?
Puntiamo tutto sulla formazione, che rivolgiamo non solo ai giovani ma a tutti i soci, grazie anche alla nostra presenza capillare in ogni Regione e in ogni ospedale. Sotto la mia presidenza, la nostra società scientifica non ha avuto alcun legame né con la politica né con il sindacato. Pur riconoscendo il ruolo svolto dai pochi ortopedici impegnati politicamente, questa precisa scelta ci consente di mantenere una posizione indipendente e senza condizionamenti esterni, cosa che dovrebbe essere fondamentale per ogni società scientifica.
Dottor Belluati, ci può dare qualche dettaglio sul vostro impegno nella formazione?
Pur essendo l’Otodi promotrice da anni di eventi formativi quali webinar online, corsi di formazione e sessioni accreditate Ecm, ho ritenuto che l’impegno dell’associazione andasse ulteriormente implementato ed è per questo che il mio primo atto da presidente è stato quello di inserire le teaching fellowship. Ho dunque ritenuto opportuno investire parte delle risorse economiche societarie per l’organizzazione di fellowship della durata di 15 giorni in centri di riferimento altamente specializzati in Italia. Non è sempre necessario andare all’estero.
L’iniziativa ha riscontrato un enorme successo e abbiamo ricevuto tantissime richieste da parte di chirurghi italiani, più o meno giovani, che sentivano la necessità di approfondire le conoscenze su argomenti clinici diversi.
Già quest’anno abbiamo premiato otto chirurghi ortopedici, ai quali abbiamo assegnato la borsa di studio Otodi e il consiglio direttivo ha già deliberato e stanziato risorse per questa iniziativa anche per il 2017.
Per queste attività ho ritenuto doveroso limitare la frequenza ai centri italiani in quanto ritengo che il nostro comparto abbia eccellenze che nulla hanno da invidiare ai colleghi stranieri.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








