Proviamo a ricostruire la scena di una storia. Anzi, di una storiella; quella che narra di come Antonius Mathijsen, medico militare olandese, a metà dell’Ottocento scoprì la benda gessata per immobilizzare le fratture.
Immaginiamo di trovarci ad Haarlem, capoluogo dell’Olanda settentrionale; un percorso virtuale ci porta direttamente al Grote Markt (grande mercato), un’ampia piazza al centro della città. Sul suo lato nord si trova l’Hoofdwacht (letteralmente, capo guardia), l’edificio nella foto a sinistra, come appare oggi. Dal 1755 era sede della Schutterij (la milizia), una guardia civica istituita allo scopo di proteggere le città in caso di attacco nemico. Adibito poi anche a ospedale militare, Antonius Mathijsen vi era stato trasferito nel 1849, stabilendo il suo quartier generale.
Era un giorno del 1851. Il medisch officier Mathijsen (nella foto al centro, con la sua divisa) mentre si trovava là, davanti l’ingresso, fu attirato da un gruppo di operai che lavoravano nella prospiciente Sint-Bavokerk (chiesa di San Bavone), imponente cattedrale in stile gotico, di cui vediamo una fiancata nell’attuale foto di destra. La statua che si erge in primo piano, e che si intravede appena nell’altra immagine, dà un’idea della breve distanza. Gli operai erano intenti a riparare le crepe del muro della chiesa, applicando come intonaco strisce di iuta intrise del cosiddetto “gesso di Parigi”. Mathijsen fissò lo sguardo, studiò le fasi del procedimento, con ogni probabilità si soffermò anche a parlare con loro, dato che erano – guarda caso – della sua stessa città natale, Budel, al confine col Belgio.
Scattò l’intuizione! Il gesso di Parigi, polvere bianca di solfato di calcio semiidrato, che a contato con l’acqua si indurisce rapidamente, deve il suo nome alle antiche cave di Montmartre, famoso quartiere della capitale francese; veniva allora largamente utilizzato in edilizia per rivestire, appunto, i muri delle case. Mathijsen, insoddisfatto del bendaggio amidato utilizzato a quel tempo per immobilizzare segmenti scheletrici, nutrì subito la convinzione che una benda di lino, impregnata della polvere di quel gesso e poi bagnata con una spugna, una volta applicata potesse assicurare la stessa durevole consistenza che veniva data al muro della chiesa.
E allora, visto che il mercato (il già citato Grote Markt) ce l’aveva lì a portata di mano, comprò dei polli e li sottopose al suo esperimento: gli spezzava le zampe, gliele ingessava, e una volta rimosso l’apparecchio verificava che tornassero a razzolare. Le successive prove sull’uomo esaltarono più di un vantaggio: esecuzione rapida e senza assistenza, adattamento ai profili anatomici, leggerezza, resistenza all’umidità o a un eventuale sanguinamento.
Nel 1852 Mathijsen era già pronto per rendere pubblica la sua innovazione. Sul seguito che ebbe – e che ha già valicato due secoli – sarebbe inutile spendere parole.








