La malattia rara, nelle sue forme più lievi, rimane sottodiagnosticata. Una storia di fratture ricorrenti, anche a bassa energia, deve far scattare un approfondimento diagnostico. Nel giovane adulto la diagnosi differenziale è con l’osteoporosi giovanile
L’osteogenesi imperfetta, una condizione genetica rara, resta una patologia caratterizzata da gravi ritardi nella diagnosi e, soprattutto nelle sue forme più lievi, rimane sottodiagnosticata. «Con un’indagine nel 2017 abbiamo verificato che il tempo medio per una diagnosi di osteogenesi imperfetta era di 7 anni, che è la media europea per la diagnosi di tutte le malattie rare. Se il paziente invece si presentava direttamente in un centro di riferimento per le malattie rare, il tempo di diagnosi scendeva a 6-8 mesi – spiega Luca Sangiorgi, direttore della struttura di Malattie rare scheletriche dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna e coordinatore della rete europea Ern Bond –. Nel 2022 il tempo per la diagnosi fuori dai nostri centri è sceso a 4 anni, che è comunque un’enormità, perché iniziare precocemente le terapie ha un fortissimo impatto sulla qualità della vita di questi pazienti».
Esistono vari tipi di osteogenesi imperfetta: alcune persone hanno sintomi molto lievi, mentre altre possono presentare una significativa disabilità fisica. «Se le forme più severe sono generalmente prese in carico dai centri di riferimento, le forme meno gravi sono ancora notevolmente sottodiagnosticate – spiega Davide Gatti, professore associato di Reumatologia all’Università di Verona –. Tanti bambini con fratture frequenti vengono semplicemente etichettati come vivaci e la fragilità nei giovani adulti viene a volte confusa con forme di osteoporosi giovanile. Non dobbiamo lasciarci sfuggire queste persone tra le mani».
«Il numero di fratture e la loro precocità influenzano notevolmente l’impatto dell’osteogenesi imperfetta e la disabilità futura, per questo motivo è essenziale intervenire precocemente – precisa Franco Antoniazzi, professore associato di Pediatria all’Università di Verona, Centro per la diagnosi e cura delle malattie rare scheletriche dell’età evolutiva della Regione Veneto –. Dobbiamo sensibilizzare i medici, soprattutto nei pronto soccorso, dove può capitare che si presentino bambini con fratture ricorrenti e inspiegabili».
Nuovi dati da Impact Survey e progetto Saturn
Sebbene la fragilità ossea e il rischio di fratture siano tra le caratteristiche più comuni, la patologia colpisce l’organismo nel suo complesso e comporta una moltitudine di sintomi e manifestazioni cliniche differenti. Il dolore cronico in particolare rappresenta il sintomo con il maggior impatto, come rilevato dall’Impact Survey, la più vasta raccolta di dati mai generata sull’impatto dell’osteogenesi imperfetta sulla vita delle persone e delle loro famiglie. Seguono scoliosi, astenia e problemi dentali. Sebbene i bambini siano notoriamente più colpiti dalle fratture rispetto agli adulti, l’Impact Survey ha mostrato che circa un quinto degli adulti (18%) ha riportato una frattura negli ultimi 12 mesi.
In parallelo all’Impact Survey corre il progetto Saturn – finanziato da Mereo BioPharma e frutto di una collaborazione tra l’associazione Osteogenesis Imperfecta Federation Europe (Oife), il network europeo per le malattie rare European Reference Network on Rare Bone Diseases (Ern Bond) e alcuni tra i principali centri di ricerca in Europa –, che sta raccogliendo dati di “real world” a livello europeo e che vede l’Istituto Rizzoli di Bologna svolgere un ruolo di apripista a livello internazionale.
Le due iniziative sono state presentate in occasione di un media tutorial durante il quale i principali esperti clinici dell’osteogenesi imperfetta in Italia – l’Associazione italiana osteogenesi imperfetta e Uniamo (Federazione italiana malattie rare) – hanno unito le loro voci per chiedere maggiore attenzione sulla patologia.
Il Rizzoli, riconosciuto a livello internazionale come uno dei centri di eccellenza per lo studio e il trattamento dell’osteogenesi imperfetta, dispone di un registro consolidato che, da oltre dieci anni, raccoglie i dati di oltre 600 pazienti. Questi dati saranno fondamentali per definire le basi della storia naturale della malattia e per sviluppare trattamenti futuri che rispondano alle reali esigenze delle persone che vivono con questa condizione. I primi risultati della fase pilota sono attesi a fine 2024. «L’Italia ha da sempre svolto un ruolo di primo piano nella ricerca sull’osteogenesi imperfetta, che come tutte le malattie rare presenta delle sfide significative a causa della scarsità di dati – commenta Luca Sangiorgi –. Tramite il progetto Saturn, analizzando dati di lungo periodo su un numero elevato di pazienti, possiamo capire come questa condizione evolva attraverso le stagioni della vita e sviluppare strategie di trattamento basate sui reali bisogni della comunità».
La malattia nelle fasi della vita
La gestione della patologia è particolarmente complessa nei primi anni di vita: quando si palesa nei neonati, la malattia è solitamente nelle forme più gravi e presenta subito una sequenza di fratture impressionanti, spesso già presenti alla nascita. In questa fase della vita inoltre ogni frattura interrompe il fondamentale processo delle acquisizioni motorie del bambino.
Tipicamente la frequenza delle fratture si riduce dopo l’adolescenza, per poi tornare in età adulta. Oggi, con una migliorata sopravvivenza di questi pazienti, si apre una nuova sfida per le strutture ospedaliere che li hanno in carico: la gestione dell’età adulta avanzata. Per Sangiorgi in questa fase della vita la frattura «diventa meno importante», perché subentrano «tutta una serie di problematiche che fino a qualche anno fa non consideravamo, come quelle cardiologiche, respiratorie e uditive, che in questo passaggio diventano precipue per la qualità della vita delle persone con osteogenesi imperfetta».
Andrea Peren
Giornalista Tabloid di Ortopedia
FOCUS SULL’OSTEOGENESI IMPERFETTA
L’osteogenesi imperfetta, spesso nota come “malattia delle ossa fragili” o “malattia delle ossa di vetro” è una condizione genetica rara, che colpisce 1 persona ogni 15.000-20.000 nascite (in Italia si stimano circa 3-4.000 persone) e causa fratture ricorrenti. L’osteogenesi imperfetta è causata da mutazioni nei geni che influenzano la produzione, la struttura o l’elaborazione del collagene di tipo I, la proteina strutturale chiave che si trova nelle ossa, nella pelle e in altri tessuti connettivi.
Questi individui possono subire anche centinaia di fratture nel corso della loro vita, anche in seguito a traumi di minima entità, con un rischio elevato tra i bambini, gli adolescenti e le donne dopo la menopausa. Il quadro clinico descrive inoltre dolore cronico, deformità scheletriche e bassa statura, riduzione della capacità polmonare dovuta a deformità della colonna vertebrale, che può portare a infezioni polmonari, perdita dell’udito dovuta a fratture delle ossa dell’orecchio medio, perdita di mobilità, con conseguenti complicanze secondarie come trombosi venosa profonda, osteopenia, ulcere da pressione, infezioni delle vie urinarie, progressiva debolezza muscolare e decondizionamento fisico. Tra i sintomi ricorrenti ci sono astenia, anomalie dentali, sclere blu e complicanze cardiopolmonari.
La gravità dell’osteogenesi imperfetta può variare significativamente: alcune persone hanno sintomi molto lievi, mentre altre presentano una significativa disabilità fisica. Esistono vari sottotipi della patologia. Storicamente, l’osteogenesi imperfetta è stata classificata in quattro tipi, che rappresentano l’85-90% dei casi, ma più recentemente sono state identificate molte altre varianti genetiche e oggi se ne contano 21. Indipendentemente dal tipo, comunque, tutte le persone con osteogenesi imperfetta sono a maggior rischio di fratture.
La diagnosi
Trattandosi di una malattia rara, per alcune famiglie può essere difficile ottenere una diagnosi tempestiva e corretta. Il test genetico per l’osteogenesi imperfetta non viene effettuato di routine nei neonati e, in assenza di un’anamnesi familiare, la diagnosi viene solitamente effettuata sulla base del quadro clinico e radiologico. Tale diagnosi può essere successivamente confermata tramite un test genetico.
La diagnosi clinica può rivelarsi complessa e ciò può comportare mancate diagnosi e/o errori diagnostici, tra cui il sospetto di maltrattamenti nei bambini che si presentano al pronto soccorso con fratture ricorrenti e inspiegabili.
Il test genetico non è importante solo per confermare la diagnosi, ma anche per la consulenza genetica ai genitori che stanno pensando a future gravidanze.
I trattamenti
Le persone con osteogenesi imperfetta necessitano del supporto personalizzato di un’équipe multidisciplinare che comprende esperti in pediatria, reumatologia, ortopedia, medicina riabilitativa, odontoiatria pediatrica, otologia/otorinolaringoiatria, salute mentale e genetica clinica/consulenza genetica.
I bisfosfonati, farmaci approvati per il trattamento dell’osteoporosi, vengono comunemente utilizzati per il trattamento dell’osteogenesi imperfetta. L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo ad avere un bisfosfonato specificatamente approvato per il trattamento della patologia, il neridronato. Nel resto del mondo, i bisfosfonati vengono utilizzati off-label e non esistono farmaci approvati da Fda o Ema. Dopo vent’anni di neridronato però, oggi è disponibile una nuova classe di farmaci: i bone builders, in grado di far produrre più osso al corpo di questi pazienti. La nuova classe di molecole è in grado infatti di inibire l’attività degli osteoblasti e allo stesso tempo stimolare quella degli osteoclasti.
La fisioterapia, le protesi indossabili (tutori e stecche) e gli ausili per la mobilità (deambulatori, bastoni, stampelle e sedie a rotelle) svolgono un ruolo importante nel prevenire le fratture e nel migliorare la mobilità di queste persone. La chirurgia ortopedica può ridurre il dolore e migliorare la mobilità raddrizzando le ossa lunghe e correggendo le deformità della colonna vertebrale.








