Nei runner amatoriali, Francis e colleghi hanno riferito che la sindrome femoro-rotulea è la lesione da uso eccessivo più frequente, seguita dalla tendinopatia dell’achilleo (1).
La prima è stata oggetto di uno studio di corte del 2007 (2) dove sono emersi come fattori di rischio: una diminuzione dell’angolo di flessione del ginocchio, una diminuzione della forza di reazione verticale al suolo e l’aumento dell’angolo di rotazione interna dell’anca durante l’atterraggio con salto, una diminuzione della forza dei quadricipiti e dei bicipiti femorali, un aumento della forza dei rotatori esterni dell’anca e un aumento della caduta del navicolare. Dallo studio si evince che per ridurre l’incidenza di infortunio, i fattori di rischio della sindrome dolorosa femorale devono essere presi in considerazione nei programmi di prevenzione degli infortuni.
Invece, la tendinopatia dell’achilleo sembra essere associata a una debolezza dei flessori plantari della caviglia (gastrocnemio e soleo) e a una maggiore escursione in dorsiflessione. Nel dettaglio, una forza dei flessori plantari inferiore a 50 Nm e un’escursione della dorsiflessione superiore a 9 gradi sono possibili soglie per lo sviluppo di una lesione (3).
Programma di prevenzione
Nella tabella sono riportate le caratteristiche e le dosi di allenamento distribuite settimanalmente. Gli esercizi e i carichi sono adeguati in modo individualizzato, non rappresentano valori assoluti, mirano ad ottenere migliori risultati e ridurre al minimo il tasso di infortuni.
In particolare, lo specialista dell’esercizio deve porre l’attenzione su diversi aspetti:
– ridurre il carico d’impatto al suolo, poiché alti valori sembrerebbero essere associati a un maggior rischio infortunio;
– migliorare il dispendio energetico durante il gesto motorio;
– sviluppare la corretta dinamica della corsa, riducendo al minimo la spinta data dal retropiede e aumentare quella impressa dal medio e avampiede;
– sviluppare un’ottima cadenza del passo, 180 passi al minuto rappresentano un’efficienza ottimale, in quanto una cadenza alta permetterebbe di ridurre la forza di impatto al suolo, il tempo di contatto e l’oscillazione verticale, tutte condizioni che diminuirebbero il rischio di infortunio (4,5).
Bibliografia:
1) J Sports Sci Med 2019;18:21–31.
2) Br J Sports Med 2007;41:469-80.
3) Scand J Med Sci Sports 2008;18:140–4.
4) Sports Med 2015;45:1143–61.
5) PLoS One 2015;10:e0114937.
Autori
Pamela Patanè, Laboratorio di attività motoria adattata (Lama), Università di Pavia, Dipartimento di Ingegneria industriale, Università Tor Vergata, Roma, Laboratorio per la Riabilitazione e la Chirurgia Ortopedica (Laros), Università di Pavia
Laura Bottini, Corso di laurea di Fisioterapia, Facoltà di Medicina, Università di Ostrava, Repubblica Ceca
Massimiliano Febbi, Corso di laurea di Fisioterapia, Facoltà di Medicina, Università di Ostrava, Repubblica Ceca
Fabio Re, Laboratorio per la Riabilitazione e la Chirurgia Ortopedica (Laros), Università di Pavia
Luca Marin, Laboratorio di attività motoria adattata (Lama), Università di Pavia, Laboratorio per la Riabilitazione e la Chirurgia Ortopedica (Laros), Università di Pavia, Corso di laurea di Fisioterapia, Facoltà di Medicina, Università di Ostrava, Repubblica Ceca
1 Laboratorio di attività motoria adattata (Lama), Università di Pavia
2 Dipartimento di Ingegneria industriale, Università Tor Vergata, Roma
3 Laboratorio per la Riabilitazione e la Chirurgia Ortopedica (Laros), Università di Pavia
4 Corso di laurea di Fisioterapia, Facoltà di Medicina, Università di Ostrava, Repubblica Ceca









