Disturbi del sonno, stress, ansia: questi i sintomi della sindrome da burout che, in special modo dopo la pandemia, ha colpito un’ingente fetta degli operatori sanitati: il 24% dei medici di continuità assistenziale, quasi uno su quattro, un medico di famiglia su dieci, il 4% dei medici ospedalieri e il 3% degli odontoiatri.
È questo uno dei dati più allarmanti che emerge dall’indagine conoscitiva condotta dall’Istituto di ricerca Piepoli per conto di Fnomceo “La condizione dei medici a due anni dall’inizio della pandemia”, i cui risultati sono stati presentati a Roma alla Conferenza nazionale sulla questione medica.
La ricerca è stata realizzata attraverso la somministrazione di 500 interviste, condotte dal 21 al 28 marzo scorso, su un campione rappresentativo di 500 medici, uomini e donne, stratificati per età e per collocazione geografica, così segmentati: 50 medici di famiglia, 50 medici di continuità assistenziale, 50 pediatri, 200 odontoiatri, 50 specialisti ambulatoriali, 50 ospedalieri, 20 pensionati, 30 medici di altra tipologia.
«I medici sono in difficoltà – spiega il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli –. Le criticità che già affliggevano la professione, la carenza di personale, i mancati investimenti, la mentalità aziendalista volta a far quadrare i bilanci più che a definire obiettivi di salute, sono state acuite dall’emergenza sanitaria. È per sanare questo disagio, e per tornare protagonisti del Servizio sanitario nazionale nel momento cruciale della sua riforma che, un anno fa, la Fnomceo, insieme ai sindacati medici, ha sollevato quella che abbiamo definito la “questione medica”. Oggi, ci ritroviamo qui, tutti insieme, per rivendicare il nostro ruolo, a livello professionale e sociale».
«Secondo quanto emerso dai dati, oltre 15.000 medici e odontoiatri sono colpiti da burnout – aggiunge Anelli –. Un dato sicuramente sottostimato: secondo una metanalisi condotta su 55 studi pubblicati sui disturbi a carico dei medici dopo il primo anno di pandemia, una percentuale significativa di colleghi sta sperimentando alti livelli di sintomi di depressione e ansia. La prevalenza di depressione e ansia nei sanitari è rispettivamente del 20,5% e del 25,8%. Sorge spontanea a questo punto la domanda: chi cura i curanti? La perdurante mentalità aziendalista che pervade il nostro Servizio sanitario nazionale, tutta concentrata solo sui risultati economici, non ha permesso di mettere in atto iniziative tese a rilevare questo drammatico fenomeno, né tantomeno a interrogarsi su come prevenirlo e affrontarlo. Per questo chiederemo, tra le altre istanze, il riconoscimento del burnout come malattia professionale» conclude il presidente Fnomceo.








