«I nostri risultati indicano che l’uso di betabloccanti, in particolare quelli non selettivi, si associa a una minore probabilità di doversi sottoporre ad artroplastica totale di ginocchio». Lo afferma Iskandar Tamimi dell’Università di Malaga, primo autore di un articolo comparso su The Journal of Bone & Joint Surgery.
Secondo uno studio caso-controllo condotto su 600 pazienti dai ricercatori spagnoli, i pazienti con dolore al ginocchio che assumono betabloccanti, una classe di farmaci molto utilizzata contro l’ipertensione, sembrano avere un rischio inferiore di sottoporsi a protesi totale del ginocchio per il trattamento di artrosi avanzata. I betabloccanti potrebbero rallentare la progressione dell’artrosi riducendo i mediatori dell’infiammazione coinvolti nella degenerazione della cartilagine, aprendo potenzialmente la strada a nuovi approcci terapeutici per questa malattia.
I partecipanti sono stati selezionati attingendo a dati, registrati negli archivi dell’Ospedale regionale universitario di Malaga, relativi a pazienti valutati tra il 2010 e il 2019 per dolore al ginocchio: 300 di loro, che erano stati successivamente sottoposti a chirurgia protesica, sono stati appaiati in base a età, sesso e grado di artrosi ad altrettanti controlli valutati per dolore al ginocchio ma che non hanno avuto bisogno della chirurgia.
L’uso dei betabloccanti è stato valutato per i possibili effetti sul rischio di arrivare a una protesi totale di ginocchio. L’analisi ha incluso la durata del trattamento con betabloccanti e, come misura dell’aderenza al trattamento, la percentuale di giorni con la prescrizione evasa. È stato utilizzato uno strumento di intelligenza artificiale validato per minimizzare i bias dovuti ad altri fattori potenzialmente correlati al rischio di intervento.
Nell’analisi aggiustata, i pazienti con qualsiasi uso di betabloccanti avevano una probabilità circa dimezzata di sottoporsi all’intervento di protesi articolare. L’associazione era riferita specificamente ai betabloccanti non selettivi, che agiscono su entrambi i recettori adrenergici beta-1 e beta-2. Per i pazienti con dolore al ginocchio che assumevano questi farmaci, il rischio di protesi totale di ginocchio si è ridotto del 54%. Al contrario, i pazienti che assumevano betabloccanti selettivi, che agiscono sui recettori beta-1 situati principalmente nel cuore, non hanno avuto una riduzione significativa del rischio di intervento.
L’effetto protettivo si è rivelato ancora più forte con un uso prolungato dei betabloccanti: i pazienti che li assumevano da cinque anni o più hanno avuto una riduzione del rischio di protesi del 64%. L’associazione è risultata inoltre più marcata nei pazienti con maggiore aderenza alla terapia, con una prescrizione evasa almeno nel 75% dei giorni.
«Quindi, la sottoregolazione del segnale adrenergico potrebbe ridurre la degradazione della cartilagine e ritardare la progressione dell’osteoartrosi», scrivono gli autori, pur sottolineando che dal loro studio non si possono trarre conclusioni riguardo a un «vero legame causale» tra il trattamento con betabloccanti e il rischio di intervento chirurgico.
«Noi crediamo che il ruolo dei betabloccanti nella gestione dell’osteoartrosi possa andare oltre il trattamento analgesico e che questi farmaci siano in grado di interferire con i processi degenerativi nella cartilagine» concludono Tamimi e colleghi.
Giampiero Pilat
Giornalista Tabloid di Ortopedia








