Nella maggior parte dei pazienti affetti da gotta l’ipeuricemia si determina a causa di una ridotta uricosuria, definita da valori di escrezione renale pari o inferiori a 600 mg/die/1,73 m2 per l’acido urico e inferiori a 5,5% per l’urato. Le opzioni farmacologiche della terapia ipouricemizzante, che si basa sulle due categorie degli inibitori della xantina ossidasi (allopurinolo e febuxostat) e degli inibitori del trasportatore renale dell’urato URAT1 (probenecid e benzbromarone), vengono alternativamente adottate a seconda dei Paesi su raccomandazione delle rispettive linee guida.
Le ultime indicazioni della European League Against Rheumatism, per esempio, attribuiscono ad allopurinolo il ruolo di trattamento di prima linea, riservando l’analogo febuxostat e gli agenti uricosurici ai casi di mancato raggiungimento dei target uricemici o ai casi di intolleranza. In particolare, rispetto all’uso di benzbromarone in Europa viene suggerita particolare cautela per la potenziale epatotossicità di grado severo, mentre negli Stati Uniti il farmaco non è approvato. Nel continente asiatico, dal quale proviene una ricerca pubblicata su Arthritis & Rheumatology, tutti i farmaci citati sono ampiamente utilizzati, anche in considerazione dei rari riscontri di danno epatico con benzbromarone.
Un team di ricercatori della Qingdao University, nella Cina Orientale, ha quindi deciso di testare l’efficacia di quest’ultimo in confronto a febuxostat, entrambi assunti a basse dosi, in termini di riduzione dei livelli di urato sierico. I 196 soggetti del campione, di età media di 43 anni e relativamente sani, con diagnosi di gotta da ridotta escrezione renale di acido urico da un periodo medio di 5 anni, per oltre due terzi non trattati precedentemente con agenti ipouricemizzanti e con concentrazioni plasmatiche medie di urato di 8 mg/dL, sono stati assegnati a terapia con 25 mg/die di benzbromarone o alternativamente con 20 mg/die di febuxostat per 12 settimane. Ai controlli dell’urato sierico effettuati a 4, 8 e 12 settimane dall’inizio dei trattamenti, la percentuale di pazienti che aveva raggiunto il target terapeutico prefissato di abbassamento dei valori al di sotto di 6 mg/dL era significativamente più alta (quasi il doppio) nel gruppo assegnato a benzbromarone, nel quale, inoltre, dopo 12 settimane il 24% dei soggetti mostrava valori inferiori a 5 mg/dL contro il 9% di quelli che avevano assunto febuxostat.
Complessivamente al termine del follow-up il 61% dei pazienti trattati con benzbromarone e il 32% di quelli trattati con febuxostat avevano realizzato l’obiettivo terapeutico, il valore di urato sierico mediano è risultato essere di 5,57 mg/dL nei primi, con riduzioni rispetto ai livelli di partenza del 32%, e di 6,42 mg/dL negli altri, con riduzioni del 26,5%.
Quanto ai parametri relativi alla sicurezza non sono stati registrati eventi avversi gravi di alcun tipo e l’incidenza di altri effetti collaterali è stata paragonabile nei due gruppi (60% con benzbromarone e 65% con feboxostat): simile l’occorrenza di riacutizzazioni della malattia (30% vs 36%), nessuna variazione dei valori della creatininemia e della velocità di filtrazione glomerulare, un’incidenza numericamente superiore ma non statisticamente significativa di urolitiasi con benzbromarone (5% vs 2%). Differenze significative solo per gli aumenti dei livelli ematici delle transaminasi epatiche rispetto a quelli normali (di 1-2 volte), che sono stati rilevati prevalentemente in pazienti assegnati a febuxostat (15% vs 4%).
Monica Oldani
Giornalista Tabloid di Ortopedia








