La terapia ormonale riduce i sintomi della menopausa e contrasta l’insorgere dell’osteoporosi, ma è correlata a un aumentato rischio di sviluppare tumore al seno. I medici specialisti che seguono la paziente devono quindi trovare un equilibrio tra i diversi rischi sanitari derivanti dall’uso o meno della terapia sostitutiva ormonale. Un recente studio della Scuola di Medicina dell’Università di Nottingham (UK) porta nuove informazioni.
Gli autori dello studio, pubblicato su The Lancet Healthy Longevity, hanno indagato cosa accade alle pazienti che iniziano la terapia ormonale sostitutiva per poi interromperla. Per farlo, i ricercatori hanno utilizzato dati relativi a 648.747 pazienti di età superiore ai 40 anni, contenuti in due diversi database, dividendo inizialmente le partecipanti in due gruppi in base alla presenza o meno di un evento di frattura ossea. Per ogni donna con frattura, gli autori hanno selezionato fino a 5 donne che non avevano mai subito una frattura, così da poter confrontare gli effetti della terapia ormonale sostitutiva.
Il secondo step dello studio ha previsto una regressione logistica condizionata per valutare il rischio di frattura associato alla terapia ormonale sostitutiva, aggiustando i risultati per fattori demografici, storia familiare, sintomi della menopausa, presenza di comorbidità e uso di altri farmaci.
Lo studio evidenzia un punto chiave: se la terapia ormonale sostitutiva viene sospesa, per qualunque ragione, il rischio di frattura aumenta notevolmente, superando quello delle donne che non hanno mai assunto la terapia, per poi ridursi nel tempo, prima allineandosi e successivamente scendendo al di sotto di quello delle donne mai sottoposte a HRT. Questo andamento varia in base al tipo di trattamento utilizzato e alla durata della terapia stessa.
A titolo di esempio, gli autori hanno riportato che, nella prima fase dopo la sospensione della terapia con estroprogestinici, i casi di frattura aggiuntivi sono 14 ogni 10.000 donne/anno se la terapia è stata assunta per meno di 5 anni, e 5 ogni 10.000 donne/anno se la terapia è durata tra i 5 e i 10 anni. Nel lungo periodo (oltre i 10 anni), invece, la situazione si inverte: le donne che hanno assunto la terapia per oltre 5 anni presentano un rischio di frattura inferiore rispetto a quelle che non l’hanno mai assunta.
In ogni caso, il valore dello studio consiste nell’informare i clinici che, quando si debba sospendere una terapia ormonale sostitutiva, la salute delle ossa della donna deve essere monitorata attentamente nella fase iniziale del percorso, adottando eventualmente misure di protezione contro le fratture e comunicando chiaramente l’aumento temporaneo del rischio.
Stefania Somaré
Giornalista Tabloid di Ortopedia








