Il Riap ha presentato i dati della chirurgia protesica degli ultimi 15 anni (2007-2021). Ha censito 680.346 interventi con una copertura media pari al 25%. In preparazione il decreto che renderà obbligatoria la raccolta dei dati a livello nazionale
Il Registro italiano artroprotesi (Riap), con il report 2022, analogamente ai registri di altri Paesi, per la prima volta ha presentato le analisi sugli interventi non più relativi a un singolo anno, bensì all’intero periodo di attività del registro a partire dal 2007, anno di avvio della raccolta dati, fino al 2021.
Nel periodo 2007-2021, il Riap ha raccolto i dati relativi a 680.346 interventi di chirurgia protesica. Rispetto all’intero territorio nazionale e all’intero periodo osservato, la copertura dei dati è pari al 25% di tutti gli interventi di chirurgia protesica articolare. Troppo poco. Le cose però sono destinate a cambiare presto, con l’introduzione dell’obbligatorietà di fornire i dati ai registri da parte di tutte le strutture sanitarie. L’obbligatorietà scatterà al termine del lungo e complesso percorso legislativo iniziato nel 2012 con il decreto legislativo 179/2012, proseguito nel 2017 con il Dpcm del 3 marzo 2017 e che si concluderà con l’approvazione del regolamento previsto dallo stesso Dpcm; la pubblicazione del regolamento, attualmente in fase avanzata di stesura, renderà la raccolta dati obbligatoria e rappresentativa di tutto il territorio nazionale. A spiegarci lo stato attuale del percorso è l’ingegner Marina Torre, responsabile scientifico del Riap: «il gruppo di lavoro dell’Istituto superiore di sanità dedicato alla stesura del Regolamento ha prodotto, nel corso del 2022, una prima versione dello schema di decreto e dell’allegato tecnico che non solo definiscono quali dati saranno raccolti dal registro nazionale, chi possa avervi accesso e quali dati possa conoscere, quali operazioni possano essere effettuate sui dati nonché le misure per tutelare i diritti fondamentali e gli interessi dell’interessato, ma forniscono anche tutti gli elementi affinché la raccolta dati sia effettuata secondo un unico standard di riferimento condiviso».
Una piena partecipazione al registro da parte di tutto il settore ortopedico – fabbricanti, strutture e chirurghi – consentirà di avere a disposizione dati utilissimi per individuare tempestivamente impianti protesici a rischio di fallimento e i dati dei singoli pazienti da richiamare per un follow-up. Il registro inglese, ad oggi quello più completo a livello internazionale, nacque proprio nel 2002 da questa esigenza, all’epoca del fallimento della protesi di anca 3M Capital. «Serve anche a noi un fallimento per partire?» si chiedono Marina Torre ed Emilio Romanini (ortopedico esperto in materia di registri ed Ebm) dal palco dell’ultimo congresso Siot a Roma.
In attesa che il registro diventi obbligatorio, «è essenziale l’attività di promozione della registrazione e di sensibilizzazione dei chirurghi da parte delle società scientifiche» spiegano dal Riap. La compilazione di una scheda Riap richiede mediamente 2,5 minuti, un impegno aggiuntivo all’attività chirurgica complessivamente contenuto.
Riap, i dati 2007-2021
Tra il 1/1/2007 e il 31/12/2021, nell’arco dei 15 anni di osservazione, hanno partecipato alla raccolta dati un numero di strutture che è cresciuto nel tempo. In particolare, si è passati da 189 nel 2007 a 263 nel 2021. Analogamente, è cresciuto il numero di interventi raccolti che è passato da 35.128 nel 2007 a 67.790 nel 2021. In totale, sono stati raccolti dal Riap 680.346 interventi, di cui 418.704 di anca, 255.709 di ginocchio e 5.933 di spalla. Il numero di interventi per anno è passato da 25.766 a 39.001 per l’anca, da 9.632 a 27.156 per il ginocchio, da nessuno a 1.633 per la spalla.
Rispetto all’intero territorio nazionale e per tutto il periodo considerato, il Riap ha avuto una copertura complessiva pari al 25% (27,1% per l’anca; 23,9% per il ginocchio), che sale al 63,1% se si considerano solo le Regioni che partecipano al registro.
Nell’anno 2020, anno di inizio dell’emergenza pandemica, si è registrato un prevedibile calo nella raccolta dati, collegato all’interruzione a più riprese degli interventi in elezione. Il numero di interventi raccolti ha subìto poi un incremento nel 2021, senza tuttavia tornare ai livelli pre-pandemici a causa dei momenti di riacutizzazione della pandemia. È da sottolineare la possibilità che la registrazione degli interventi sia diminuita per la necessità di recuperare i mancati interventi, conseguenti al blocco della chirurgia elettiva del 2020, riducendo quindi inevitabilmente il tempo disponibile per la registrazione dei dati. Tale scenario si accompagna comunque all’inevitabile progressiva diminuzione dell’entusiasmo degli operatori quando la partecipazione sia solo volontaria. Infatti, le regioni che mostrano una partecipazione consistente sono quelle in cui il registro Riap è sostenuto dalle amministrazioni locali con decreti o provvedimenti specifici a supporto. Ad esempio la Sicilia nel 2021 ha emanato un decreto riguardante l’adesione della Regione al Registro italiano protesi impiantabili e in particolare al Riap. Tale provvedimento, ritenendo il registro un importante strumento per la tutela della salute pubblica, stabilisce che tutte le unità operative di ortopedia pubbliche e private accreditate dalla Regione Sicilia e tutti gli operatori sanitari che effettuano interventi di impianti di protesica all’interno delle stesse, siano tenuti a registrarsi al Riap e a provvedere all’implementazione del registro. Inoltre, seguendo un modello già adottato con provvedimenti simili in altre regioni (Puglia nel 2010 e Campania nel 2016), il decreto stabilisce che tutti gli interventi ortopedici che avessero previsto protesi impiantabili di anca, ginocchio, spalla e caviglia che non fossero stati registrati nel Riap non sarebbero stati remunerati.
Monocompartimentali sotto osservazione
«Pur con tutte le limitazioni dovute alla parzialità dei dati raccolti, il Report fornisce comunque un primo (e unico) spaccato epidemiologico dell’attività protesica in tutta l’Italia – spiega Marina Torre –. Considerati i limiti metodologici della base dati (bassa copertura), ci siamo astenuti dall’effettuare analisi dettagliate sull’utilizzo dei dispositivi». Il report fa però un esempio pratico del tipo di analisi che uno strumento come il registro nazionale potrebbe consentire: «si può notare come la percentuale di protesi monocompartimentali di ginocchio sul totale delle protesi di ginocchio effettuate (23% sul totale nazionale) vari a seconda della tipologia di istituto in cui viene effettuato l’intervento. Nel dettaglio si rilevano, negli istituti pubblici, valori pari a 11,8% negli ospedali a gestione diretta e valori pari al 21,5% nelle restanti strutture (aziende ospedaliere, aziende ospedaliere universitarie e policlinici pubblici, Irccs pubblici e fondazioni pubbliche). Negli ospedali privati si passa invece dal 21% di quelli non accreditati, al 23% delle case di cura private accreditate, per arrivare al 32,5% delle restanti strutture private accreditate: policlinici, Irccs, fondazioni ed enti di ricerca. Un dato simile, se confermato con basi dati più solide potrebbe aprire interessanti discussioni sul diverso case mix e/o sull’appropriatezza clinica nei diversi setting operativi».
Andrea Peren
Giornalista Tabloid di Ortopedia








