La crescente efficacia delle terapie oncologiche di nuova generazione, incluse le immunoterapie e i farmaci a bersaglio molecolare, ha radicalmente trasformato la prognosi di molti tumori, consentendo remissioni prolungate e in alcuni casi la guarigione. Tuttavia, questa rivoluzione terapeutica porta con sé conseguenze a lungo termine che non possono essere trascurate, tra cui un impatto significativo sulla salute scheletrica.
Una revisione recentemente pubblicata su Calcified Tissue International mette infatti in evidenza come la perdita ossea indotta dai trattamenti oncologici rappresenti un problema clinico sempre più rilevante e spesso sottovalutato. Il lavoro analizza in modo sistematico gli effetti dei principali protocolli terapeutici sulla densità minerale ossea, sul rimodellamento e sull’incidenza di fratture, includendo anche i farmaci introdotti più di recente nella pratica clinica.
Secondo gli autori, numerose categorie di farmaci antitumorali esercitano effetti dannosi sull’osso, con meccanismi e intensità differenti. I glucocorticoidi, soprattutto se somministrati ad alte dosi o in cicli intermittenti, determinano una marcata riduzione della resistenza ossea e un incremento significativo del rischio di fratture, che risulta particolarmente critico negli anziani e nei pazienti pediatrici. Anche le terapie ormonali, gli antiangiogenici e gli inibitori dei checkpoint immunitari sono associati a perdita di densità minerale e alterazioni del turnover osseo, con una correlata maggiore incidenza di eventi fratturativi. Le immunoterapie, pur rappresentando una svolta nel trattamento di neoplasie altrimenti refrattarie, si associano a una crescente evidenza di fragilità scheletrica e di compromissione dei processi di rimodellamento. Viceversa, alcune classi farmacologiche, come gli inibitori delle tirosin-chinasi e gli inibitori del proteasoma, sembrano avere un effetto più favorevole o addirittura protettivo sull’osso, sebbene i dati disponibili siano ancora limitati.
La revisione sottolinea come la carenza di studi clinici specificamente mirati alla valutazione della sicurezza ossea dei nuovi farmaci oncologici costituisca un importante limite nella gestione dei pazienti. Per molte molecole, infatti, i dati sull’impatto sulla densità minerale o sull’incidenza di fratture sono scarsi o del tutto assenti. In questo contesto, gli autori richiamano la necessità di trial dedicati, che consentano di definire con precisione i profili di rischio e di elaborare linee guida per la prevenzione e il trattamento della fragilità ossea indotta da terapie oncologiche.
Un aspetto particolarmente rilevante emerso dalla pubblicazione riguarda l’utilizzo ancora insufficiente di agenti antiriassorbitivi, come i bisfosfonati e il denosumab, nella prevenzione e nel trattamento della perdita ossea nei pazienti oncologici. Tali farmaci hanno dimostrato di ridurre in modo significativo la demineralizzazione e il rischio fratturativo, ma restano sottoutilizzati in popolazioni ad alto rischio, quali gli uomini sottoposti a deprivazione androgenica o le donne in terapia con inibitori dell’aromatasi per carcinoma mammario.
La revisione rappresenta un richiamo forte alla comunità ortopedica e oncologica: il successo delle terapie anticancro non può prescindere da una gestione integrata e multidisciplinare della salute scheletrica, con l’obiettivo di assicurare ai pazienti non solo una maggiore sopravvivenza, ma anche la preservazione della mobilità e dell’autonomia funzionale.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








