Ormai da molti anni la densitometria ossea con tecnica Dxa (Dual energy X-ray absorptiometry) rappresenta il “gold standard” per valutare la massa ossea. Può dunque essere utilizzata per prevedere il rischio di fratture nelle persone con diabete? Per rispondere a questa domanda, William D. Leslie e Isanne Schacter dell’università canadese di Manitoba hanno raccolto ed esaminato tutto ciò che è stato scritto in proposito in letteratura e il risultato del loro lavoro è stato pubblicato su Calcified Tissue International. Il maggior rischio di frattura ha dimostrato di essere una delle complicazioni in cui possono incorrere i diabetici di lunga data e, con l’aumento in tutto il mondo dei casi di diabete di tipo 2, in parte a causa dell’invecchiamento della popolazione, cresce anche la preoccupazione per questa tipologia di pazienti.
L’osteoporosi è di solito diagnosticata con densità minerale ossea (Bmd), ma i due studiosi canadesi hanno esaminato altri dati che la Dxa rende disponibili e valutato la loro utilità nella pratica clinica per prevedere il rischio di fratture. Oltre alla densità minerale ossea, infatti, la Dxa permette di misurare tutta una serie di altri fattori. Uno di questi è il Trabecular bone score (Tbs), che permette di osservare la microarchitettura ossea attraverso l’analisi delle variazioni dell’intensità dei pixel. Ci sono poi: l’analisi degli elementi finiti (Fea), un metodo che consente di prevedere la resistenza ossea integrando informazioni relative a geometria e densità; la valutazione delle fratture vertebrali (Vfa), ottenibile tramite appositi software; l’analisi della composizione corporea, con la misurazione di massa grassa, massa magra e massa totale.
Gli autori hanno anche raccolto informazioni sui tool che si propongono di calcolare in automatico la probabilità che in futuro si verifichi una frattura, in particolare il Frax (www.shef.ac.uk/Frax), uno strumento sviluppato presso l’Università di Sheffield che stima il rischio nell’arco di dieci anni ed è spesso incorporato nei moderni scanner Dxa.
La revisione di Leslie e Schacter riassume le evidenze della letteratura e le differenzia a seconda delle forme di diabete, da cui emergono soprattutto i limiti dei metodi oggi disponibili.

La tabella elenca diversi parametri ricavabili dalla Dxa e la loro capacità di rendere conto dell’eccesso di rischio di fratture corso dai pazienti con diabete. Modificata da Schacter GI, Leslie WD. 2016 Sep 3.
Credit: International Osteoporosis Foundation
Il 10% dei casi di diabete è di tipo 1, che si sviluppa prevalentemente a partire dall’infanzia o dall’adolescenza, tanto che in passato era chiamato diabete giovanile. La densità minerale ossea e Frax offrono stime molto parziali dell’aumento di rischio di frattura dovuto alla presenza di diabete di tipo 1. Non risulta neppure chiaro, sulla base degli studi condotti finora, se Trabecular bone score, geometria ossea, valutazione delle fratture vertebrali o analisi della composizione corporea possano effettivamente rendere conto della specificità dei pazienti affetti da questo tipo di diabete.
Il diabete mellito di tipo 2 è la forma di diabete più comune e riguarda nove casi su dieci. Si sviluppa soprattutto a partire dai 40 anni di età e colpisce prevalentemente i soggetti obesi o sovrappeso. Nel diabete di tipo 2, Bmd e Frax possono essere utilizzati per stratificare il rischio di frattura, ma anche in questo caso non riescono a valutare l’aumento di rischio corso dai pazienti che ne sono affetti rispetto alla popolazione di riferimento. Sostanzialmente, Frax sottostima il rischio di frattura nei pazienti con diabete di tipo 2 ma sono stati proposti diversi metodi per migliorare le sue prestazioni. Il Trabecular bone score può dar conto dell’aumentato rischio, ma solo in modo parziale; ancora maggiore incertezza si ha relativamente alla capacità di Vfa e analisi della composizione corporea di rendere conto della specificità del rischio corso dai pazienti con diabete di tipo 2.
Le prestazioni degli attuali tool nel rendere conto dell’aumentato rischio di frattura dei pazienti diabetici sono dunque del tutto insufficienti, ma gli autori della revisione si dicono convinti che la previsione del rischio potrebbe essere molto più precisa se tutte le informazioni ricavabili dall’analisi Dxa fossere meglio studiate e adeguatamente incorporate nei modelli predittivi.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








