Il Journal of the American Medical Association – Internal Medicine è una delle riviste scientifiche più prestigiose e di maggiore impatto in ambito medico al mondo. Nel settembre 2016 sulle sue pagine è uscito un lavoro destinato a far riflettere. A firma di un gruppo di ricercatori statunitensi, l’articolo evidenzia il legame tra ricerca accademica e aziende private, con lo scopo di mettere a conoscenza i lettori di una sospetta frode scientifica.
Tutto ha inizio nel 1950 quando i dati epidemiologici prodotti in quegli anni supportano un aumento spropositato di malattie cardiovascolari tra i cittadini americani. La dieta risulta subito la maggior imputata e la ricerca scientifica volta a capire quale componente alimentare sia maggiormente responsabile del rischio si divide in due rami: il primo studia l’effetto degli zuccheri aggiunti, il secondo studia il colesterolo e i grassi nella dieta. Oggi sappiamo chi vinse la sfida: le politiche di salute alimentare di tutto il mondo bandirono dalla tavola i grassi, colpevoli e (soli) responsabili dell’aumentato rischio cardiovascolare.
Questo fu prima del settembre 2016, prima dei sospetti, prima dell’uscita dell’articolo pubblicato su Jama Internal Medicine. Solo dopo questa pubblicazione la prospettiva cambia. Gli autori svelano come i risultati a supporto del legame zucchero e malattie cardiovascolari fossero stati, tra gli anni ’50 e ’70, interpretati in modo errato e addirittura omessi dai ricercatori sotto la pressione delle aziende produttrici di zucchero, nella figura ufficiale della Sugar Foundation. Venne recuperata, infatti, la corrispondenza epistolare avvenuta in quegli anni tra alcuni dei maggiori esponenti del mondo scientifico e i principali rappresentanti della Sugar Foundation. Questa andava sponsorizzando, proprio negli anni ’60, un programma di ricerca che dirimesse ogni dubbio sui rischi dello zucchero nelle malattie cardiovascolari. L’apice fu raggiunto nel 1967 con la pubblicazione sulle pagine del New England Journal of Medicine, prima rivista medica e scientifica a livello mondiale, della revisione: “Dietary fats, carbohydrates and atherosclerotic disease”. Qui, i ricercatori, sotto stretta guida e influenza della Sugar Foundation e nonostante la buona qualità della ricerca scientifica che avevano di fronte, confutarono tutte le associazioni positive tra zucchero e malattie cardiovascolari, affermando che gli studi contenessero risultati dubbi o male interpretati. Non solo. I ricercatori criticavano quegli studi clinici in grado di supportare l’efficacia degli interventi alimentari volti a ridurre il saccarosio nella dieta per migliorare i livelli di trigliceridi e colesterolo. Al contrario, i riscontri a favore degli interventi dietetici a carico dei grassi, pur di scarsa qualità e in numero molto ridotto, vennero sovrastimati. Questi sono i contenuti principali della short comunication. Sarebbe utile dare possibilità di replica ai soggetti direttamente coinvolti in questa vicenda, purtroppo non più rintracciabili perché ormai deceduti.
La sequenza di eventi riportata nell’articolo, in ogni caso, insegna come la politica, soprattutto se sanitaria, dovrebbe sempre stare attenta agli studi clinici finanziati da aziende, anche appartenenti al settore alimentare e nutrizionale. I conflitti di interesse, se non dichiarati, rimangono un ostacolo enorme alla ricerca di qualità. La loro dichiarazione è sempre in buona fede del singolo ricercatore, ma oggi sta sempre più acquisendo il ruolo di dovere etico e morale.
Elena Varoni
Ricercatrice post-doc
Università di Milano








