«Le procedure chirurgiche per stabilizzare le fratture vertebrali non dovrebbero rappresentare la prima scelta di trattamento»: lo ha dichiarato Peter Ebeling della Monash University di Melbourne, in Australia, a conclusione di un rapporto pubblicato sul Journal of Bone and Mineral Research. Il messaggio, rivolto a medici e pazienti, si riferisce in particolare alla vertebroplastica, con la quale le fratture vertebrali patologiche vengono trattate attraverso l’iniezione di un cemento biocompatibile nel corpo della vertebra, e alla cifoplastica, che prevede l’inserimento di un catetere a palloncino nel corpo vertebrale, per dilatarlo e consentire l’inserimento del cemento.
Secondo il rapporto della task force di esperti coordinati da Ebeling, non c’è alcuna evidenza che le due procedure chirurgiche riducano il dolore più di trattamenti non chirurgici o addirittura del placebo.
Era stata l’American Society for Bone and Mineral Research a incaricare il professore australiano e i suoi colleghi di valutare e confrontare l’efficacia e la sicurezza delle procedure più comunemente utilizzate per il trattamento delle fratture vertebrali osteoporotiche. Il rapporto che ne è uscito è il più completo fino ad oggi e mette in discussione metodiche che apparivano assodate. «I pazienti che sono stati sottoposti a questi interventi chirurgici – ha dichiarato Ebeling – possono aver sperimentato una riduzione del dolore a breve termine, ma abbiamo scoperto che a lungo termine non si è avuto nessun beneficio significativo riguardo alla sintomatologia dolorosa, così come riguardo alla disabilità dovuta alle condizioni della schiena o, più in generale, alla qualità della vita, rispetto a chi non è stato operato».
L’affermazione è stata motivata, per quanto riguarda la vertebroplastica, dai risultati di cinque studi randomizzati controllati verso placebo. Gli esperti non hanno invece individuato in letteratura studi controllati che abbiano messo a confronto la cifoplastica con palloncino con il placebo, ma secondo un piccolo numero di ricerche la procedura non ha dimostrato di essere migliore della vertebroplastica e questo ne ha determinato la bocciatura.
Il risultato di questo studio è destinato ad avere un impatto clinico rilevante. A causa del numero sempre maggiore di anziani, le fratture causate da osteoporosi sono sempre più frequenti – la stima è di 750mila all’anno nei soli Stati Uniti – e le conseguenza sono piuttosto severe per i pazienti, con dolore acuto e cronico alla schiena, mobilità compromessa e disabilità. Molto spesso i chirurghi hanno dunque eseguito interventi di vertebroplastica e cifoplastica, ma secondo Ebeling «queste procedure sono state introdotte prima che evidenze scientifiche di qualità ne abbiano stabilito l’efficacia e la sicurezza».
Bart Clarke, presidente della American Society for Bone and Mineral Research, ha dichiarato che nel centro dove lavora, presso la famosa Mayo Clinic, si ricorre a questo tipo di interventi solo se il dolore persiste a lungo, ma «con gli analgesici e altri interventi per ridurre il dolore, di solito i pazienti migliorano entro le sei settimane successive alla frattura».
In assenza di un trattamento realmente soddisfacente, sia Ebeling che Clarke insistono sull’importanza della prevenzione, specie nei pazienti che hanno già sperimentato una frattura all’anca o alla colonna e che sono a maggior rischio: «in questi soggetti, i farmaci contro l’osteoporosi hanno dimostrato di ridurre fino al 70% la probabilità di nuove fratture».
Giampiero Pilat
Giornalista Tabloid di Ortopedia








