È necessario un più ampio monitoraggio dei pazienti per ridurre il numero di persone che sviluppano un’infezione del tratto urinario dopo essere state dimesse dall’ospedale: il problema è sollevato da una nuova ricerca della Oregon State University. Come si può leggere su Infection Control & Hospital Epidemiology, lo studio esplorativo, condotto su oltre tremila pazienti a rischio, ha rilevato una probabilità che si è triplicata dal periodo di ricovero a quello successivo alle dimissioni.Le statistiche indicano le infezioni del tratto urinario come le più frequenti tra quelle che si associano all’assistenza sanitaria e le più documentate si producono in relazione all’uso del catetere, ma una delle autrici, la professoressa Jessina McGregor, sostiene che il fenomeno dovrebbe essere monitorato in modo più ampio. «La sorveglianza si è finora concentrata in gran parte sulle infezioni associate a catetere e non si è occupata molto di quelle che si manifestano dopo la dimissione dall’ospedale – ha detto McGregor –. Ma i pazienti appena dimessi sono ancora a rischio, anche perché gli ospedali continuano a incoraggiare ricoveri più brevi ed è quindi più probabile che i sintomi compaiano dopo che il paziente è tornato a casa. Tuttavia, sono ancora pochissimi i dati che ci potrebbero aiutare a determinare l’incidenza di queste infezioni e capire meglio quali sono i pazienti a maggior rischio. La ricerca e i sistemi di sorveglianza sulle infezioni associate all’assistenza sanitaria dovrebbe estendersi rispetto ad oggi. Abbiamo bisogno di più dati per stimolare l’innovazione, per informare meglio il paziente e prevenire questo tipo di infezioni».
I ricercatori della Oregon State hanno incluso nella loro analisi 3.273 pazienti ritenuti ad alto rischio, identificati analizzando tutti i ricoveri presso l’ospedale universitario dal maggio 2009 fino a dicembre 2011 e seguendoli per i trenta giorni successivi alle dimissioni. Se circa un paziente su cento ha sviluppato infezione al tratto urinario durante il ricovero ospedaliero, un numero tre volte maggiore ha iniziato a sentire i sintomi dell’infezione dopo aver lasciato l’ospedale. Tra i fattori di rischio, McGregor e colleghi hanno identificato, oltre all’utilizzo del catetere, le condizione di tetraplegia o paraplegia, l’uso precedente di alcuni antibiotici e – ricordiamo che si tratta di uno studio condotto negli Stati Uniti – il fatto che i pazienti non disponessero di un’assicurazione sanitaria.
I risultati non dicono con certezza che le infezioni post-dimissione sono state contratte in ospedale, ma gli indizi sono molto forti: i pazienti che si sono ammalati dopo la dimissione avevano patogeni e sensibilità antibiotica simili a quelli che si erano infettati mentre erano ancora in ospedale.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








