
«Non appena i fuochi d’artificio hanno celebrato l’alba di un nuovo decennio, i sistemi sanitari in Cina e, successivamente, in tutto il mondo sono stati minacciati dall’epidemia di coronavirus». Così inizia quello che appare come il primo articolo dedicato agli ortopedici in tema di Covid-19: pubblicato nella rubrica “The Orthopaedic Forum” su The Journal of Bone and Joint Surgery, suggerisce come affrontare la chirurgia ortopedica in questa particolare situazione di emergenza e riporta le prime esperienze avvenute a Singapore.
Prima di tutto gli autori fanno appello ai colleghi affinché si assumano la responsabilità personale per ridurre al minimo la diffusione della malattia, diventando “modelli di comportamento” e applicando la massima igiene, a partire dal lavaggio delle mani.
I rischi e i benefici della gestione chirurgica dovrebbero essere analizzati caso per caso. «Tutti i pazienti – scrivono – vengono contattati il giorno prima del procedura chirurgica per verificare eventuali sintomi respiratori e qualsiasi fattore di rischio, inclusi i viaggi effettuati nelle ultime due settimane, che potrebbero averli esposti a rischio di Covid-19. All’arrivo in ospedale, i fattori di rischio vengono nuovamente controllati e viene misurata la temperatura dei pazienti».
Le procedure chirurgiche non urgenti per i pazienti anziani e immunocompromessi devono essere rinviati fino a quando il momento sia opportuno.
Durante l’intervento, i chirurghi devono indossare indumenti protettivi, inclusi gli occhiali chirurgici. I tempi della chirurgia devono essere ridotti il più possibile e l’équipe deve limitarsi alle figure strettamente necessarie.
In caso di ulteriore escalation dello stato di allerta (allarme rosso), le misure previste a Singapore sono drastiche: gli ortopedici sarebbero segregati in cellule autosufficienti che interverrebbero a rotazione per la gestione ambulatoriale, clinica e dei reparti; gli ospedali sarebbero bloccati, senza visitatori autorizzati; tutte le procedure chirurgiche elettive sarebbero completamente cancellate, a eccezione di traumi e tumori di competenza ortopedica.
In questo tipo di crisi dovrebbero essere sfruttate al massimo le nuove tecnologie, a partire dalla telemedicina e da iniziative di teleriabilitazione, per seguire i pazienti da remoto, mentre questi stanno nelle proprie case.
La tecnologia dovrebbe anche essere sfruttata per le esigenze di formazione dei medici: dalle lezioni in aula si passa a quelle erogate online; lo stesso avviene per le riunioni, sfruttando le piattaforme dedicate. Per specialità procedurali come l’ortopedia, la visualizzazione di video didattici o webinar online possono essere integrati nei programmi di formazione.
Secondo gli autori, la difficoltà può trasformarsi in opportunità, per esempio per imparare a gestire risorse limitate in modo razionale e per adattarsi a una situazione fluida.
«Inoltre – scrivono – sebbene il lavoro clinico sia stato ridotto, la ricerca continua. Ogni istituzione, seguendo le indicazioni ministeriali di Singapore, ha istituito flussi di lavoro per la ricerca clinica, che coinvolge i pazienti con la garanzia della loro sicurezza. Gli ortopedici devono riconoscersi come comunità e fare la loro parte per superare questa pandemia. È essenziale restare vigili anche durante le procedure a basso rischio, essere campioni di buone pratiche igieniche e di larghe vedute nell’adozione di nuove tecnologie sul posto di lavoro».
Giampiero Pilat
Giornalista Tabloid di Ortopedia








