Otto parametri caratterizzano, tra i pazienti con stenosi spinale, il candidato ideale per una laminectomia decompressiva: sono le conclusioni di un lavoro di clinici e ricercatori italiani, frutto della collaborazione tra l’Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano e l’Istituto di Cura Città di Pavia, coordinato da Enrico Aimar e pubblicato su World Neurosurgery.
Come noto la stenosi è una conseguenza frequente della degenerazione vertebrale che interviene con l’invecchiamento e talvolta produce sintomi tali da consigliare la soluzione chirurgica. Si tratta però di un intervento rischioso – anche dal punto di vista legale – e risultano quindi fondamentali un’accurata selezione dei pazienti e una valutazioni delle probabilità di successo in termini di soddisfazione del paziente stesso e di miglioramento della sua qualità di vita. «In letteratura – scrivono gli autori dello studio – l’identificazione di potenziali fattori predittivi è stata finora controversa. Nessun parametro o segno clinico ha dimostrato una chiara utilità per la selezione dei candidati alla chirurgia e molti pazienti affrontano l’intervento con aspettative ottimistiche ma non sempre giustificate dalla loro reale condizione clinica».
I ricercatori lombardi hanno dunque preso in esame un totale di 1.001 pazienti sottoposti a chirurgia decompressiva dal 2012 al 2019 e ne hanno valutato nove parametri clinici e radiologici: come si diceva, otto di questi si sono dimostrati ottimi predittori dei risultati della laminectomia.
Un grado D di stenosi lombare secondo la classificazione Schizas dovrebbe essere il primo indice clinico a orientare verso l’opzione chirurgica. Il grado di stenosi spinale prima dell’intervento è risultato infatti il migliore predittore dell’Oswestry disability index (Odi), l’indice standard per quantificare la disabilità per la lombalgia, utilizzato per valutare il successo dell’intervento chirurgico. Gradi Schizas più elevati si sono associati a indici Odi proporzionalmente ridotti, tuttavia solo i gradi di stenosi C e D sono stati considerati come un’indicazione alla chirurgia: in entrambi i casi, si tratta di situazioni patologiche in cui non è individualmente riconoscibile alcuna radichetta del nervo, ma nel grado C si può discernere posteriormente il grasso epidurale, cosa non più possibile nel grado D.
Il secondo tra i più forti parametri predittivi del successo della chirurgia è stata l’assenza di una polineuropatia, che potrebbe risultare da cause endocrine, autoimmuni oppure dal consumo di alcol o dall’assunzione di certi medicinali.
Gli altri sei fattori del candidato ideale alla chirurgia sono risultati: un indice di massa corporea minore di 30 Kg/m2, una durata dei sintomi inferiore a due anni, un’autonomia nella camminata che non raggiunga i cento metri, nessun deficit radicolare, stenosi di un livello, rischio anestesiologico Asa fino a tre.
Gli autori dello studio ritengono che questi parametri debbano far parte di una comunicazione molto chiara tra il medico e il paziente, che deve essere informato sulle effettive probabilità di miglioramento prodotte dalla decompressione, tenendo anche conto del fatto che oltre il 20% delle persone operate lamenta un dolore persistente. «Il fallimento dei trattamenti produce costi sanitari ingenti e un notevole carico per il sistema sanitario – scrivono –, specialmente se si considera l’alto numero di interventi di questo tipo che vengono eseguiti. I chirurghi dovrebbero applicare i parametri emersi dalla nostra ricerca per selezionare quei pazienti che hanno il maggior potenziale di ottenere un vantaggio eccellente dall’intervento e per tentare diverse strategie di trattamento negli altri».
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








