Una parte importante delle donazioni sanguigne viene utilizzata nelle procedure di ortopedia maggiore e le trasfusioni salvano molte vite, ma il sangue è una risorsa preziosa e scarsa.
Un nuovo modello matematico dei processi fisiologici e biochimici che interagiscono nell’organismo umano in seguito alle trasfusioni (comprendenti tra l’altro la dilatazione dei vasi sanguigni, l’ispessimento del sangue e le variazioni della velocità del flusso sanguigno) mostra però che i pazienti anemici o il cui sangue ha bassi livelli di ossigeno potrebbero essere trattati efficacemente con l’utilizzo di sostituti sanguigni, più facilmente disponibili.
La ricerca, comparsa sulle pagine del Journal of Applied Physiology è frutto della collaborazione tra ricercatori della della Stanford University e dell’Università della California, San Diego, e suggerisce che l’utilizzo di un fluido sostitutivo potrebbe anche eliminare alcuni degli effetti avversi delle trasfusioni di sangue.
I globuli rossi svolgono la funzione di trasportare l’ossigeno e per questo vengono usati nelle trasfusioni ai pazienti che soffrono di anemia, ma il processo di ottenimento e conservazione del sangue è lungo e costoso e, secondo Daniel Tartakovsky, professore di Ingegneria delle risorse energetiche alla Stanford Earth e coautore dello studio, «si può fare di più con meno».
La trasfusione di globuli rossi insomma viene eseguita per aumentare la probabilità che l’ossigeno, vitale per organi e tessuti, sia distribuito in modo efficace, ma il processo ispessisce anche il sangue e l’aumento della viscosità può costituire un problema.
Il nuovo modello mostra che in alcuni pazienti i vasi non si dilatano in maniera adeguata e il sangue, diventato più viscoso, non circola facilmente. In questi casi, emosostituti che reintegrano il volume del sangue circolante e inducono i vasi sanguigni a dilatarsi possono essere più efficaci nell’aumentare l’apporto di ossigeno. Chiamati anche espansori di plasma, sono costituiti da soluzioni di amido ad alto peso molecolare sciolto in soluzione fisiologica e sono già utilizzati nella medicina trasfusionale, ma secondo i ricercatori americani il loro impiego potrebbe essere ampliato. «Attualmente, le trasfusioni di sangue perseguono l’obiettivo sbagliato – affermano – vale a dire il ripristino della capacità di trasporto di ossigeno, ma sarebbe più opportuno ripristinare l’erogazione dell’ossigeno ai tessuti. Il nostro modello matematico identifica processi fisiologici che spiegano i risultati di molteplici studi osservazionali: le persone possono ottenere il beneficio della trasfusione senza usare il sangue».
Ma la modellazione matematica ovviamente non è sufficiente per cambiare le procedure mediche e gli autori sperano che i loro risultati stimolino la realizzazione di studi clinici, che mettano davvero alla prova la capacità di fluidi non ematici di aumentare l’apporto di ossigeno.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








