Uno studio condotto lungo un decennio sulla frattura del radio distale non ha evidenziato differenze negli esiti a 24 mesi in quattro diversi gruppi di trattamento. Pubblicato su Jama Network Open, il lavoro mostra che i pazienti anziani che hanno scelto di non operarsi nonostante la malunione della frattura hanno avuto risultati simili a coloro che hanno deciso di sottoporsi all’intervento chirurgico.
Ne deriva che i risultati a lungo termine non possono dare indicazioni per la scelta dell’approccio ottimale che, secondo gli autori, dovrebbe invece essere ritagliato sulle esigenze di ogni paziente e sulle caratteristiche dell’ambiente in cui vive.
Guidato da Kevin Chung, un chirurgo della scuola di medicina della University of Michigan, il team di ricerca ha esaminato i risultati del trattamento nel corso dei due anni successivi a una frattura del radio distale, evento frequente nelle persone anziane, senza trovare una metodologia che possa costituire un riferimento generale. «Tradizionalmente – afferma Chung – i chirurghi esaminano queste fratture ossee ai raggi X e valutano le diverse possibilità di trattamento in base all’anatomia della frattura e all’età del paziente. Tuttavia, nei pazienti più anziani, abbiamo capito l’importanza di una cura centrata sul paziente, adattando i trattamenti alle caratteristiche fisiologiche, psicologiche e sociali di ogni singolo individuo e alla previsione della sua tolleranza alla chirurgia».
Per effettuare lo studio, sono stati selezionati oltre 180 pazienti di almeno 60 anni, con fratture isolate del radio distale. I partecipanti sono stati randomizzati e suddivisi in gruppi trattati in modo diverso: riduzione a cielo aperto e placca di voltaggio palmare, fissazione esterna, fissazione percutanea o riduzione chiusa e stabilizzazione in gesso.
«I chirurghi – sostiene Chung – devono sapere come eseguire tutte le tecniche disponibili per trattare la frattura del radio distale, invece di radicarsi nell’uso delle placche di compressione solo perché alla maggior parte dei tirocinanti viene insegnato proprio questo. Ma ci sono così tanti modelli di frattura che richiedono di avere tutti gli strumenti e le competenze necessarie per assicurarsi che i pazienti ricevano un trattamento su misura».
I risultati mostrano che è fondamentale l’interazione tra il chirurgo, la famiglia del paziente e il paziente stesso, perché la sua soddisfazione richiede un approccio molto più personale rispetto al fatto di limitarsi a trattare un osso rotto. «Sappiamo che l’età cronologica non determina l’età fisiologica di un paziente – dice il chirurgo americano – e ci sono pazienti di 70 anni che fisiologicamente ne hanno venti di meno e che hanno bisogno di tornare a svolgere un’attività fisica e riprendere una vita indipendente: in quati casi sono indicati trattamenti più aggressivi rispetto a coetanei con caratteristiche differenti».
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








