Le indagini dedicate all’identificazione dei fattori di rischio per le infezioni periprotesiche che possono complicare gli interventi di artroplastica fino a determinarne il fallimento e a richiederne la revisione si sono finora concentrate sull’origine locale o prossima della colonizzazione microbica, legata rispettivamente alla contaminazione del sito chirurgico o alla propagazione di germi da tessuti circostanti, oppure sull’origine ematogena, legata alla diffusione dei microrganismi in circolo.
Lo studio realizzato presso il Rothman Orthopaedic Institute dell’Università Thomas Jefferson di Philadelphia si pone in un filone di ricerca recente che esplora la plausibilità di un’interpretazione alternativa della genesi dei focolai infettivi, conosciuta come “teoria del cavallo di Troia”. L’ipotesi avanzata è che si possa verificare il trasferimento tra distretti corporei distanti di germi internalizzati da cellule del sistema immunitario, che quindi funzionano da veicolo indipendentemente dalla sussistenza di una batteriemia. In tale prospettiva quella che si suppone poter essere la principale sede di provenienza dell’infezione è l’intestino, qualora si verifichino condizioni che compromettono l’integrità e modificano la permeabilità della parete o che alterano la composizione del microbioma interno.
Gli ortopedici di Philadelphia hanno testato quest’ultima possibilità accertando retrospettivamente l’incidenza di infezioni periprotesiche e complicanze di altra natura in 152 soggetti con diagnosi di malattia infiammatoria intestinale selezionati dalla propria casistica di artroplastiche totali di anca (130 casi) o di ginocchio (22 casi) eseguite tra il 2000 e il 2018. Gli outcome prestabiliti sono stati valutati in un follow-up di due anni e rispetto a un gruppo di controllo e nei pazienti con forme di malattia infiammatoria intestinale – costituite per la maggior parte da colite ulcerosa (59,2%) e per la restante parte da morbo di Crohn (22,4%) e da colite aspecifica (18,4%) – è stata peraltro evitata la somministrazione di farmaci immunosoppressori per tutto il periodo perioperatorio.
I tassi di incidenza di infezioni periprotesiche che hanno richiesto interventi di debridement e terapia antibiotica (nel 62% dei casi) o di revisione in due tempi (38%) stimati tra i soggetti con malattie intestinali croniche sono stati significativamente superiori a quelli riscontrati tra i controlli (4,61% contro lo 0,88%), attestando per i primi un rischio di 5,4 volte maggiore di sviluppare la complicanza settica nei due anni successivi all’intervento. In aggiunta, nello stesso intervallo di tempo i pazienti con malattia infiammatoria intestinale hanno anche riportato una frequenza più alta di revisioni asettiche (5,92% contro l’1,54%) e nei primi 30 giorni di altre complicanze post-operatorie. Non sono invece emerse differenze significative per quanto riguarda i tassi di dimissione verso strutture riabilitative e di riospedalizzazione nei primi tre mesi e la mortalità.
«Pur tenendo conto di alcuni limiti metodologici del nostro studio, e in particolare della ristrettezza del campione esaminato – concludono Emanuele Chisari e collaboratori –, riteniamo che il riscontro di un rischio di fallimento protesico, per causa infettiva e non, nettamente superiore in associazione con la patologia infiammatoria intestinale, suggerisca un ruolo potenziale delle condizioni di disbiosi nel complicare il decorso post-operatorio dei soggetti portatori di forme di malattia infiammatoria intestinale».
Monica Oldani
Giornalista Tabloid di Ortopedia








