L’interesse nei confronti dell’aspirina nella prevenzione degli eventi tromboembolici in ortopedia è recente e finora ha riguardato prevalentemente la gestione dei pazienti sottoposti a chirurgia protesica, dove alcuni trial e metanalisi consentono di ipotizzare che possa rappresentare un’alternativa al trattamento convenzionale con eparina a basso peso molecolare in ragione di un’efficacia comparabile e di un profilo di sicurezza più favorevole.
All’inizio di quest’anno il New England Journal of Medicine ha riportato i risultati dello studio Prevent Clot (Prevention of clots in orthopaedic trauma) che è stato condotto in collaborazione dal dipartimento di Ortopedia dell’Università del Maryland e dal Major Extremity Trauma Research Consortium della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health situati a Baltimora, al fine di verificare la non inferiorità dell’aspirina rispetto all’eparina in traumatologia.
Il campione era costituito da oltre 12.000 pazienti adulti ricoverati tra il 2017 e il 2021 presso 23 centri ospedalieri di Stati Uniti e Canada per fratture degli arti trattate chirurgicamente o per fratture pelviche o acetabolari. I pazienti avevano ricevuto una profilassi con aspirina alla dose di 81 mg due volte al giorno, oppure con enoxaparina sodica alla dose di 30 mg due volte al giorno. Sono stati poi valutati il tasso di mortalità a 90 giorni come outcome primario e l’incidenza di embolia polmonare non fatale, trombosi venosa profonda degli arti inferiori e complicanze emorragiche come outcome secondari. Dopo la dimissione i pazienti hanno continuato i rispettivi trattamenti per una media di 21 giorni.
Il decesso si è verificato nello 0,78% dei soggetti trattati con aspirina e nello 0,73% di quelli con eparina. Anche l’incidenza di embolia polmonare (1,49% in entrambi i gruppi), di complicanze emorragiche (13,72% con aspirina e 14,27% con eparina) e di altri eventi avversi è risultata a sostegno della non inferiorità dell’aspirina. L’unica differenza significativa, benché di scarsa entità, ha riguardato l’insorgenza di trombosi venosa profonda degli arti, che è stata rilevata nel 2,51% dei pazienti trattati con aspirina e nell’1,71% di quelli trattati con eparina: un’evenienza che per quanto di minore importanza rispetto agli eventi tromboembolici maggiori può generare una sintomatologia dolorosa residua di lunga durata.
«In ogni caso i risultati del trial sono clinicamente rilevanti, tanto da suggerire la necessità di includere l’aspirina nelle linee guida sulla profilassi tromboembolica da attuarsi in traumatologia ortopedica e di vagliarne l’utilità in altri contesti chirurgici e non, con studi mirati – dichiara Matthew Costa, ricercatore del Nuffield Department of Orthopedics, Rheumatology, and Musculoskeletal Sciences dell’Università di Oxford nell’editoriale di commento pubblicato sullo stesso numero della rivista –. E ciò anche in considerazione della diffusa preferenza di una somministrazione orale piuttosto che parenterale da parte dei pazienti, che pertanto può garantire una migliore aderenza al trattamento.
Monica Oldani
Giornalista Tabloid di Ortopedia








