Le fratture dell’odontoide sono comuni nei pazienti anziani in conseguenza a cadute a bassa energia, ma è ancora controverso se il trattamento iniziale debba essere chirurgico o conservativo. In genere, gli studi pubblicati in letteratura non hanno tenuto conto delle differenze nella gravità delle lesioni o della presenza di compromissione neurologica, fattori che hanno chiaramente un grosso impatto sui risultati. Ma ora un articolo su Neurosurgery presenta nuovi dati, che supportano l’opportunità di un adottare fin da subito un approccio chirurgico.
Michael Cloney e i suoi colleghi della Northwestern University di Chicago hanno rivisto i dati del trattamento iniziale effettuato su 296 pazienti presi in carico dall’ospedale universitario tra il 2010 e il 2020 in seguito a frattura dell’odontoide.
L’età media dei pazienti era di 73 anni al momento della frattura; il 22% è stato operato e il 78% ha ricevuto un trattamento conservativo (il 73% ha indossato un collare cervicale e il 5% è stato immobilizzato in un halo-vest, un sistema di trazione e stabilizzazione cervicale).
Il follow-up con i pazienti è durato in media 45 settimane e il team di ricerca ha utilizzato un tipo di analisi chiamato aggiustamento del punteggio di propensione. Sulla base di questa indagine statistica, il gruppo che ha ricevuto un intervento chirurgico ha mostrato risultati significativamente migliori rispetto ai pazienti indirizzati al trattamento conservativo. In particolare, con la chirurgia si sono ottenuti una riduzione del tasso di pseudoartrosi della frattura del 15% e un tasso di mortalità ridotto del 10% sia a 30 giorni che a un anno. Altre analisi hanno calcolato che i pazienti nel gruppo chirurgico avevano il 52% di probabilità in meno di avere punteggi bassi secondo la classificazione della disabilità di Nurick alla visita di controllo a 26 settimane e il 41% in meno di probabilità di decesso durante tutto il periodo di follow-up.
«Il beneficio di mortalità calcolato nella letteratura esistente rappresenta tipicamente un tasso non aggiustato tra popolazioni potenzialmente diverse, il che lo rende soggetto a confusione – hanno commentato gli autori –. Invece il nostro studio, oltre a prendere in esame un elevato numero di pazienti, ha tenuto conto dei fattori confondenti, suggerendo un beneficio della chirurgia con una metodologia rigorosa».
Giampiero Pilat
Giornalista Tabloid di Ortopedia








