I farmaci antipertensivi sono noti per la loro sicurezza e tollerabilità, ma in alcuni gruppi di pazienti possono avere alcuni imprevisti effetti avversi: secondo una ricerca effettuata presso la Rutgers University, nel New Jersey, i dati di quasi 30.000 residenti in case di cura indicano un rischio più che raddoppiato di fratture ossee potenzialmente letali.
Gli autori dello studio, comparso su JAMA Internal Medicine, hanno affermato che l’aumento del rischio deriva dalla tendenza di questi farmaci a compromettere l’equilibrio, in particolare quando i pazienti si alzano in piedi e hanno un abbassamento temporaneo della pressione sanguigna che priva il cervello di ossigeno. Le interazioni con altri farmaci e il basso equilibrio di base in molti pazienti delle case di cura aggravano il problema.
«Circa 40 su cento di queste persone anziane che si sono fratturate un’anca sono decedute entro l’anno successivo – ha ricordato Chintan Dave, autore principale dello studio – quindi è davvero allarmante scoprire che una classe di farmaci utilizzata dal 70% dei residenti delle case per anziani incrementa il rischio di fratture ossee». Sebbene molti pazienti abbiano una pressione sanguigna così elevata da rendere i benefici del trattamento superiori a questi pericoli, «sarebbe auspicabile un’attenta osservazione, soprattutto all’inizio del trattamento, e ciò non avviene».
Il team di Dave ha analizzato i dati della Veterans Health Administration relativi a 29.648 pazienti anziani ospitati in strutture di assistenza dal 2006 al 2019. I ricercatori hanno misurato il rischio di fratture entro 30 giorni all’anca, al bacino, all’omero, al radio e all’ulna per i pazienti che hanno iniziato a usare farmaci per ridurre la pressione sanguigna, confrontandolo con pazienti dalle caratteristiche simili che non ne hanno fatto uso. Per essere sicuri che fosse proprio l’utilizzo del farmaco ad aumentare il rischio frattura, hanno aggiustato per oltre 50 covariate di base, come le caratteristiche demografiche e la storia clinica dei pazienti.
Ebbene, il rischio di fratture entro 30 giorni per i residenti che hanno iniziato a prendere farmaci per la pressione sanguigna è stato di 5,4 per 100 persone all’anno, rispetto a 2,2 per 100 persone all’anno per i pazienti che non li assumevano.
Ulteriori analisi hanno mostrato che l’uso di questi farmaci è associato a un rischio di frattura particolarmente elevato in certi sottogruppi: i pazienti con demenza, pressione sanguigna sistolica sopra 139 o pressione sanguigna diastolica sopra 79 hanno fatto registrare almeno il triplo del rischio di frattura rispetto a quelli non trattati.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








