Nonostante sia uno degli interventi ortopedici più praticati al mondo, l’artroplastica totale di ginocchio presenta ancora aspetti migliorabili. Se si guardano i dati di letteratura, infatti, risulta che circa il 20% dei pazienti che si sono sottoposti a questo intervento non sono soddisfatti e continuano a presentare dolore articolare e limitazioni funzionali. Durante l’ultimo Congresso dell’American Academy of Orthopedic Surgeons, tenutosi a San Diego, il celebre Hospital for Special Surgery ha proposto tre nuove strategie per migliorare gli esiti dell’intervento di protesizzazione del ginocchio. Ognuna di queste strategie è stata già valutata in un apposito studio, con risultati interessanti.
Limitare l’uso del laccio emostatico
Uno degli aspetti cui tradizionalmente viene data importanza durante un intervento chirurgico è la riduzione della perdita di sangue, funzionale a evitare trasfusioni e a un recupero più rapido. Tra le tecniche disponibili vi sono i lacci emostatici, utilizzati spesso in modo differente dai diversi chirurghi, anche in base al tipo di paziente. L’ospedale newyorkese ha presentato uno studio, condotto su 18mila pazienti, che dimostra come l’uso di questi lacci emostatici si associa a dolore post operatorio più intenso, causa a sua volta di un maggior uso di oppioidi e di un ricovero più lungo. Brian P. Chalmers, chirurgo di anca e ginocchio presso l’Hospital for Special Surgery e co-autore senior dello studio, suggerisce di utilizzare altri metodi per ridurre il sanguinamento intraoperatorio, come per esempio la somministrazione dell’acido tranexamico. E se l’ambiente risultasse meno asciutto che con il laccio emostatico, si può optare per una protesi senza cemento che non risente dell’umidità per saldarsi.
Ridurre l’infiammazione locale per diminuire il rischio di artrofibrosi
Tra le complicanze che si possono verificare dopo un intervento di artroplastica di ginocchio è l’artrofibrosi, ovvero la formazione di tessuto cicatriziale all’interno dell’articolazione, che determina dolore, rigidità e riduzione del range of motion. Questa condizione si verifica, da letteratura, nel 3-5% dei casi e può richiedere una procedura minimamente invasiva per eliminare il tessuto cicatriziale. Nello studio presentato dall’Hospital for Special Surgery, condotto su 23mila pazienti, si suggerisce che l’assunzione di antinfiammatori non steroidei per un massimo di 4 settimane riduce il rischio di sviluppo di artrofibrosi. Un uso ulteriore non comporta una maggiore riduzione del rischio e quindi non è consigliabile. Resta da capire se si possa ottenere lo stesso effetto usando cortisonici, dato che alcuni pazienti non possono assumere Fans. Una domanda cui il team cercherà probabilmente di rispondere in futuro.
Quale anestesia usare nelle revisioni?
Gli specialisti dell’ospedale statunitense hanno preso in considerazione anche gli interventi di revisione protesica, per capire come migliorare il recupero del paziente. Lo studio si concentra in particolare su 171 pazienti, sottoposti a revisione per allentamento asettico della protesi, evento che si verifica tra il 5% e il 10% dei casi. I risultati del lavoro mostrano come l’uso di un anestetico locale a rilascio prolungato e doppia azione consenta un ritorno a casa anticipato del paziente, rispetto all’anestesia con iniezione periarticolare. Non sono stati trovati benefici, invece, sul dolore post operatorio e sull’uso di oppioidi. Sono necessarie altre ricerche in questa direzione.
Stefania Somaré
Giornalista Tabloid di Ortopedia
Fonte: bit.ly/HSS-AAOS








