Nell’artrosi di ginocchio, la degenerazione della cartilagine articolare non è reversibile e le opzioni terapeutiche attuali si basano principalmente sul controllo farmacologico del dolore o, nei casi avanzati, sulla sostituzione protesica. Un recente studio randomizzato e controllato, pubblicato su The Lancet Rheumatology ha tuttavia dimostrato l’efficacia di un approccio alternativo: una rieducazione personalizzata del passo.
L’intervento consiste in una modifica dell’angolo del piede durante il cammino, con l’obiettivo di ridurre il carico sul compartimento mediale del ginocchio, sede più frequentemente interessata dall’artrosi in quanto maggiormente sollecitata rispetto al compartimento laterale. È noto che un incremento dei carichi accelera la progressione della malattia, e interventi biomeccanici in grado di ridurli erano già stati ipotizzati, ma mai dimostrati con metodica placebo-controllata. In questo studio, 68 pazienti con artrosi lieve-moderata del compartimento mediale sono stati valutati inizialmente con risonanza magnetica e analisi del cammino su tapis roulant sensorizzato e videocamere. Questo ha permesso di identificare se una rotazione interna o esterna dell’avampiede, di 5 o 10 gradi, fosse più efficace nel ridurre il carico, escludendo i soggetti per cui nessuna modifica risultava vantaggiosa.
I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi: uno di controllo, con prescrizione di un angolo identico al passo naturale, e uno sperimentale, con l’angolo ottimizzato per ridurre il carico articolare. Entrambi hanno seguito sei sessioni di training con biofeedback vibrotattile a livello della tibia, per facilitare il mantenimento della correzione angolare durante la deambulazione. Successivamente, sono stati invitati a proseguire l’esercizio a domicilio per almeno venti minuti al giorno.
A distanza di un anno, la valutazione clinica e strumentale ha mostrato che i pazienti sottoposti a rieducazione personalizzata della deambulazione riportavano una riduzione del dolore sovrapponibile a quella ottenuta con farmaci analgesici, con un effetto compreso tra quello di un antinfiammatorio da banco e quello di un oppioide maggiore. Inoltre, la risonanza magnetica ha documentato una progressione più lenta del danno cartilagineo rispetto al gruppo di controllo. L’aderenza all’intervento è risultata elevata, con i soggetti in grado di mantenere l’angolo prescritto con una precisione di un grado.
Un aspetto rilevante è l’entusiasmo dei pazienti, che hanno percepito la nuova modalità di deambulazione come parte integrante e naturale del proprio schema motorio, senza necessità di dispositivi esterni o terapia farmacologica cronica. Questa strategia si configura come una possibile risposta al “vuoto terapeutico” che caratterizza l’età intermedia tra l’insorgenza della malattia e l’indicazione all’artroprotesi, periodo che può durare decenni e nel quale il paziente è spesso costretto a convivere con dolore e limitazioni funzionali.
Restano tuttavia alcune criticità da superare prima di una diffusione clinica su larga scala. La definizione dell’angolo ottimale si basa oggi su tecniche di analisi del movimento complesse e costose, difficilmente applicabili nella pratica quotidiana. I ricercatori ipotizzano che in futuro l’intervento possa essere implementato in contesti di fisioterapia mediante sensori indossabili, applicazioni di analisi video su smartphone o calzature intelligenti in grado di fornire feedback in tempo reale.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








