Gli interventi di sostituzione protesica d’anca e ginocchio hanno raggiunto cifre imponenti (oltre un milione ogni anno nei soli Stati Uniti) e ci si attende che continueranno ad aumentare, vista la sempre più numerosa fascia di popolazione anziana. In un contesto di questo tipo, anche se il rischio di infezioni è percentualmente basso (tra l’uno e il tre per cento), finisce per riguardare molti pazienti ed è noto che può trattarsi di una complicazione devastante.
È per questo che una tecnica che promette di prevenire le infezioni periprotesiche genera inevitabilmente grandi aspettative: a proporla, da Houston, sono i ricercatori dello UTHealth (University of Texas Health) Science Center in collaborazione con colleghi della Rice University e dello Shriners Hospital for Children.
La metodica è stata sperimentata in un piccolo studio pre-clinico su modello animale (conigli), pubblicato sul Journal of Bone and Joint Surgery, in cui undici impianti con rivestimento in metallo poroso sono stati ricoperti con microsfere contenenti antibiotici e le ferite, prima di essere suturate, sono state contaminate con Staphylococcus aureus. I risultati sono stati molto positivi e nessuno degli impianti così trattati ha sviluppato infezione, rispetto al 64% (sette su undici) di infezioni riscontrate negli impianti controlaterali di controllo inseriti dai ricercatori nelle medesime cavie.
Si tratta del terzo di una serie di studi coordinati da Catherine Ambrose per verificare le potenzialità delle microsfere contenenti antibiotici. Secondo la professoressa della UTHealth Medical School, sembra che la tecnica sia in grado di superare molte delle difficoltà che attualmente incontrano i medici nel trattare le infezioni ossee. Prima di tutto, le microsfere possono essere applicate in modo mirato direttamente nel sito chirurgico, evitando la necessità di somministrare antibiotici per via sistemica e quindi all’intero organismo; realizzate con polimeri biodegradabili, rilasciano gli antibiotici in modo graduale lungo un periodo di diverse settimane, fino a che le minuscole sfere si dissolvono: «a causa del sistema di rilascio di dimensioni microscopiche – dice la Ambrose – non sembrano interferire con la guarigione dopo l’intervento di sostituzione protesica».
Un altro degli autori, il professore di ortopedia e direttore della UTHealth Medical School Terry Clyburn, pone l’accento sulle conseguenze che le infezioni possono comportare per i pazienti, che spesso devono essere sottoposti a diversi interventi chirurgici e talvolta alla rimozione dell’impianto. Inoltre, la tecnologia delle microsfere potrebbe essere applicata anche ad altre situazioni cliniche come, in traumatologia, il trattamento di pazienti con ferite aperte.








