Tra i pazienti con frattura scomposta dell’omero prossimale, non ci sono differenze tra il trattamento chirurgico e quello conservativo a due anni dalla frattura, risultato che non sostiene dunque con evidenze scientifiche la tendenza attuale verso un sempre più frequente ricorso alla chirurgia. Ad affermarlo è uno studio pubblicato in marzo su Jama, la rivista dell’American Medical Association (1).
Lo studio, coordinato da Amar Rangan, ortopedico al James Cook university hospital di Middlesbrough, si apre come di consueto con alcuni dati epidemiologici, secondo i quali le fratture dell’omero prossimale rappresentano dal 5 al 6% di tutte le fratture che si verificano tra la popolazione adulta: si tratta di 706.000 in tutto il mondo, secondo un’indagine effettuata nel 2000. Per la maggior parte avvengono nelle persone anziane, al di sopra dei 65 anni di età e, così come accade per le altre fratture osteoporotiche legate all’invecchiamento, sono in costante crescita: dal 1970 al 2002, si sono moltiplicate per 2,5 tra le donne e per 3,4 volte tra gli uomini ultrasessantenni. Quelle scomposte superano di poco la metà e di queste 77 su cento coinvolgono il collo omerale, che si trova nella parte prossimale dell’osso.
Il trattamento chirurgico consiste principalmente nella fissazione interna oppure nella sostituzione della spalla mediante una protesi articolare e contribuisce in misura notevole all’aumento dei costi per il trattamento delle fratture degli arti superiori. Tuttavia, già una revisione Cochrane dei trial randomizzati controllati, non aveva individuato alcun vantaggio clinico nel ricorso alla chirurgia rispetto all’approccio conservativo (2).
Il trial di Rangan e colleghi – multicentrico, randomizzato, controllato, a gruppi paralleli – si inserisce in questo scenario di ricerche e ha preso in esame 250 persone dall’età media di 66 anni che si erano fratturati l’omero prossimale. In modo casuale, i pazienti sono stati assegnati all’operazione di fissazione della frattura o di sostituzione della testa omerale, oppure all’immobilizzazione dell’arto. Le cure ambulatoriali e i protocolli riabilitativi sono stati gli stessi per i due gruppi, che sono stati poi controllati con un follow-up di due anni.
I dati ottenuti non fanno che confermare la revisione Cochrane: considerando tutti i fattori – la ripresa della funzionalità articolare, il dolore, lo stato di salute, la qualità della vita, le complicanze, la mortalità generale – non si osservano differenze significative tra i due trattamenti, dunque le conclusioni dei ricercatori inglesi sono chiare: «i risultati non supportano la tendenza all’aumento della chirurgia nei pazienti con fratture scomposte dell’omero prossimale».
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia
1. Rangan A, Handoll H, Brealey S, Jefferson L, Keding A, Martin BC, Goodchild L, Chuang LH, Hewitt C, Torgerson D; PROFHER Trial Collaborators. Surgical vs nonsurgical treatment of adults with displaced fractures of the proximal humerus: the PROFHER randomized clinical trial. JAMA. 2015 Mar 10;313(10):1037-47.
2. Handoll HHG, Ollivere BJ, Rollins KE. Interventions for treating proximal humeral fractures in adults. Cochrane Database Syst Rev. 2012;12:CD000434.








