Circa un terzo dei pazienti adulti sottoposti a chirurgia per deformità vertebrale ha anche una grave artrosi bilaterale dell’anca, che si associa a un peggioramento dell’allineamento spinale e della funzionalità fisica. Lo riporta uno studio pubblicato sul Journal of Bone & Joint Surgery e firmato da Alan Daniels e Bassel Diebo della Brown University a East Providence, Rhode Island, che hanno coordinato colleghi di 20 centri di chirurgia spinale nordamericani rilevando che la concomitanza di malattie dell’anca e della colonna vertebrale è comune, ma continua a rappresentare una sfida per i chirurghi.
I ricercatori hanno analizzato i tassi e gli esiti dell’osteoartrosi dell’anca in 520 adulti che hanno subito un intervento chirurgico per deformità vertebrale negli Stati Uniti e in Canada; circa due terzi dei pazienti erano donne e l’età media era di 59 anni.
Nell’analisi preoperatoria, i pazienti con grave artrosi bilaterale dell’anca erano più anziani (in media 68 anni) rispetto a quelli con artrosi unilaterale (66 anni) o non grave (60 anni). I pazienti con grave artrosi dell’anca hanno anche ottenuto punteggi più alti in una valutazione standard della fragilità.
Al follow-up di un anno, tutti e tre i gruppi avevano una correzione simile della lordosi. Tuttavia, i soggetti con grave artrosi dell’anca presentavano un peggior allineamento spinale, rilevato tramite la misura radiografica dell’asse sagittale vertebrale. In questi pazienti, diversi esiti sono risultati peggiori, con punteggi più bassi per la funzionalità fisica sia pre operatoriamente che al follow-up. Sebbene i punteggi complessivi di disabilità non fossero significativamente diversi tra i gruppi, la grave osteoartrosi dell’anca si è associata a riduzioni delle attività comuni come camminare e salire le scale. La fragilità ha contribuito alle differenze negli esiti funzionali.
«Data la complessità delle malattie concomitanti dell’anca e della colonna vertebrale e la condizione relativamente fragile di questi pazienti, essi richiedono una valutazione attenta – hanno scritto gli autori –. È necessario chiarire in che modo si possono ottimizzare i risultati in questa complessa popolazione di pazienti».
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








