Dopo un intervento di protesi d’anca o ginocchio, complicazioni ed esiti avversi sono più frequenti nei pazienti con bassa concentrazione sierica di sodio. «L’iponatriemia è un fattore generalmente trascurato, mentre dovrebbe essere posta maggiore attenzione nel valutarla e, se possibile, affrontarla prima della chirurgia protesica», ha concluso Javad Parvizi del Rothman Orthopaedic Institute presso la Thomas Jefferson University di Philadelphia al termine di uno studio pubblicato su The Journal of Bone & Joint Surgery.
Gli autori hanno effettuato un’analisi retrospettiva di oltre 3mila interventi di artroplastica totale, primarie e di revisione, eseguiti tra il 2015 e il 2017. Sulla base dei valori di sodio pre e postoperatori, i pazienti sono stati classificati in quattro gruppi: il primo di normonatremici-normonatremici (ossia con livelli normali di sodio prima e dopo); il secondo composto da normonatremici-iponatremici; il terzo da iponatremici-normonatremici e il quarto da iponatremici-iponatremici. Gli endpoint primari analizzati sono stati la durata totale della degenza, il percorso di dimissione postoperatoria, le complicanze ospedaliere e le riammissioni a 90 giorni.
Complessivamente, il 13,2% dei pazienti presentava iponatriemia dopo l’intervento. L’età avanzata, l’artroplastica dell’anca, l’anestesia generale, l’indice di comorbilità di Charlson più elevato, l’insufficienza cardiaca congestizia, la chirurgia di revisione, un ictus pregresso, malattie epatiche e malattie renali croniche si sono evidenziati come fattori di rischio per l’iponatriemia postoperatoria.
Dopo aggiustamento per altri fattori, il rischio di complicanze nei tre mesi successivi all’intervento era 2,1 volte più alto tra i pazienti che avevano iponatriemia postoperatoria e 2,6 volte in più tra i pazienti che avevano l’iponatriemia sia prima che dopo. I pazienti con iponatriemia dopo l’intervento avevano anche maggiori probabilità di avere una dimissione non domiciliare e trascorrevano più giorni di degenza in ospedale.
Il rischio maggiore di ciascuno di questi eventi avversi è stato particolarmente elevato per i soggetti che avevano presentato una più forte diminuzione di sodio dopo la chirurgia. Al contrario, per quei pazienti che presentavano un’iponatriemia preoperatoria che si era però normalizzata dopo l’intervento, i risultati sono stati simili a quelli che avevano normali livelli di sodio. Che si trattasse di interventi primari o di revisione, i risultati sono stati del tutto analoghi.
Parvizi e colleghi suggeriscono quindi che un basso livello di sodio sierico possa essere un indicatore di peggiori condizioni generali di salute e di una bassa riserva fisiologica.
Giampiero Pilat
Giornalista Tabloid di Ortopedia








