Nei Paesi a basso e medio reddito si riscontra un tasso enormemente maggiore di ferite del sito chirurgico rispetto ai Paesi più ricchi, nonostante l’aggiustamento statistico per i fattori di rischio legati al paziente e al tipo di intervento. È un’iniquità che va ad aumentare le spese sanitarie in aree del mondo in cui le risorse sono già limitate e che contribuisce al loro ulteriore impoverimento.
Le infezioni delle ferite sono il problema più comune dopo gli interventi chirurgici e in un recente studio comparso su The Lancet si legge che le innovazioni promesse per affrontare il problema non funzionano, rendendo necessario un cambio di approccio globale al problema.
Per prevenire le infezioni del sito chirurgico, le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, così come quelle del National Institute of Health Research del Regno Unito, raccomandano ai chirurghi di usare preparazioni cutanee a base di clorexidina in soluzione alcolica e suture rivestite di triclosan. Eppure Falcon, il più grande studio al mondo su queste infezioni, non è riuscito a dimostrare la superiorità di questi interventi rispetto ad alternative a costo inferiore, come lo iodopovidone.
Uno degli autori della ricerca, Aneel Bhangu dell’Università di Birmingham, afferma che «i risultati sono estremamente importanti per un’ampia gamma di operatori e di istituzioni sanitarie nei Paesi più poveri», oltre che, naturalmente, per i pazienti che sviluppano infezioni, spesso accompagnate da dolore, disabilità, difficoltà di guarigione con rischio di apertura della ferita, prolungati tempi di recupero e difficoltà psicologiche.
L’analisi ha riguardato 5.788 pazienti in 54 ospedali di sette Paesi (Ghana, India, Messico, Nigeria, Ruanda e Sud Africa) operati in una grande varietà di situazioni difficili, come chirurgia contaminata (la cosiddetta “chirurgia sporca”), chirurgia d’urgenza, interventi effettuati in zone rurali e tagli cesarei.
Un altro autore, Adesoji Ademuyiwa dell’Università di Lagos, in Nigeria, ha riferito che «il tasso complessivo di infezioni del sito chirurgico è stato molto alto, con una percentuale del 22%; siamo di fronte a una complicanza prevenibile che sta causando sofferenze non necessarie e un carico economico evitabile sui sistemi sanitari dei Paesi poveri».
Gli autori sottolineano che i risultati ottenuti potrebbero non essere direttamente applicabili a contesti chirurgici in cui le possibilità di adottare misure igieniche sono maggiori e nei quali è probabile che i meccanismi causali e i processi infettivi differiscano, oltre a presentare percentuali di infezioni enormemente più bassi. I risultati di questa ricerca, però, interessano sicuramente i tanti chirurghi dei Paesi avanzati che ogni anno prestano la loro opera all’estero per curare vittime della guerra e della povertà.
Giampiero Pilat
Giornalista Tabloid di Ortopedia








