
Micro-CT 2D: da sinistra, idrossiapatite non attivata; idrossiapatite e bisfosfonato a 1, 3, 7 e 14 giorni
«Chi ha una qualità ossea ridotta a causa dell’osteoporosi, non solo incorre in un aumento del rischio di frattura ma anche di fallimento dell’impianto nei casi in cui la frattura richieda un intervento protesico. Le viti possono allentarsi o perforare il tessuto osseo indebolito. Fino a sette pazienti con fratture dell’anca su cento subiscono un intervento chirurgico aggiuntivo, il che aumenta significativamente il rischio di gravi complicazioni in soggetti già fragili». Lo ha affermato Magnus Tägil, professore di ortopedia presso l’Università di Lund e consulente presso l’Ospedale Universitario di Skåne, in Svezia.
Insieme a Deepak Raina, professore e ricercatore in ortopedia presso l’Università di Lund, Tagil ha guidato uno studio, pubblicato su Acta Materialia, che dopo una sperimentazione su modello murino ha coinvolto un piccolo gruppo di pazienti con osteoporosi e fratture dell’anca. Invece di essere sottoposti a un intervento chirurgico convenzionale utilizzando solo viti e placche metalliche, questi pazienti hanno ricevuto anche un’iniezione di sostituto osseo ceramico intorno all’impianto ortopedico. Il sostituto osseo era costituito essenzialmente da idrossiapatite che, come è noto, è un componente naturale del tessuto osseo, ma che nei pazienti con osteoporosi viene riassorbito in modo anomalo. Il materiale iniettato solidifica in pochi minuti, migliorando immediatamente la resistenza dell’ancoraggio osseo. In un secondo momento è stato somministrato mediante infusione endovenosa un bisfosfonato, l’acido zolendronico, che ha raggiunto l’osso attraverso il flusso sanguigno, e lì ha mostrato di potersi attivare, promuovendo la formazione di nuovo tessuto osseo intorno all’impianto.
L’acido zolendronico è da tempo all’attenzione di ricercatori e clinici e ha risultati incoraggianti, tuttavia ci sono stati dibattiti riguardo al momento ottimale per somministrare il farmaco in ambito clinico; alcuni temono infatti che la sua applicazione in fase acuta possa rallentare il processo di guarigione. Nella sperimentazione dei ricercatori svedesi con bisfosfonato e idrossiapatite, è stato utilizzato zolendronato fluorescente, che ha permesso di rilevare come l’assorbimento sia stato massimo se somministrato dai tre ai sette giorni dopo l’impianto e come la cinetica di assorbimento abbia avuto un profondo effetto sulla formazione ossea perimplantare finale.
«L’idrossiapatite e il bisfosfonato sono entrambe sostanze ampiamente testate per l’uso umano. Il nostro contributo è stata l’elaborazione di un materiale che li combina entrambi: viene innescato e attivato e il paziente osteoporotico inizia a formare nuovo tessuto osseo vivo intorno all’impianto» ha detto Deepak Raina.
A sei mesi dall’intervento, i pazienti sono stati sottoposti a una mineralometria ossea computerizzata (Dexa), che ha mostrato un aumento del tessuto osseo del 10% intorno alla testa della vite rispetto al gruppo di controllo.
I prossimi passi saranno uno studio più ampio sulle fratture nei pazienti con osteoporosi in Svezia e uno studio sulle fratture vertebrali in Germania. La speranza degli autori è di riuscire a dimostrare che il nuovo metodo è migliore del trattamento attuale, non solo in termini di qualità della vita e riduzione del rischio di interventi chirurgici aggiuntivi, ma anche da un punto di vista economico-sanitario.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia








