Utilizzate da oltre quindici anni, le protesi d’anca a doppia mobilità offrono una maggiore superficie di appoggio rispetto agli impianti tradizionali, di fatto riducendo il rischio di lussazione a fronte di movimenti ampi. Largamente studiate in letteratura, queste protesi sono consigliate soprattutto negli interventi di revisione determinati da condizioni di instabilità. Di recente un chirurgo ortopedico della Mayo Clinic, Rafael J. Sierra, ha suggerito l’utilità di questo tipo di protesi anche nell’artroplastica primaria di anca, soprattutto nel paziente ad alto rischio: «sappiamo che nei pazienti con protesi d’anca con dislocazione e successiva revisione, il rischio di incorrere in una ulteriore revisione entro 15 anni è del 35%. Per questo, indipendentemente dall’approccio chirurgico utilizzato per l’intervento, potrebbe essere utile pensare a un uso occasionale delle protesi a doppia mobilità». Occasionale, perché come sempre la scelta deve essere paziente-centrica.
Il chirurgo statunitense si riferisce in particolare a pazienti definiti “ad alto rischio” di sviluppare instabilità a carico della protesi. Si tratta, quindi, di pazienti con disturbi del tessuto connettivo, ma anche di genere femminile o anziani con un normale range of motion articolare. Altre indicazioni fornite da Sierra riguardano le artroplastiche primarie di anca a fronte di fratture scomposte del collo del femore, così come interventi in pazienti con disfunzioni neurologiche e/o affetti da spasticità, tremore e/o morbo di Parkinson. Infine, occorre prestare attenzione anche alla storia ortopedica del paziente: se ha già ricevuto una protesi d’anca ed è andato incontro a dislocazione, secondo Sierra l’artroplastica primaria dell’anca controlaterale dovrebbe essere condotta con protesi a doppia mobilità. Simile il discorso per pazienti con diverse fusioni chirurgiche o biologiche a carico dell’apparato scheletrico. Scegliere una protesi a doppia mobilità nei pazienti ad alto rischio di dislocazione potrebbe favorire il successo chirurgico anche nel medio-lungo termine.
Occorre però tenere conto anche di alcune possibili complicanze. Una delle complicanze meglio documentate nelle artroplastiche di anca con protesi a doppia mobilità è la dissociazione intraprotesica, un evento che, ricorda Sierra, richiede comunque un intervento di revisione. Questo tipo di protesi, inoltre, ha un costo maggiore rispetto a quelle tradizionali e può incorrere in processi di corrosione. «I chirurghi – conclude Sierra – devono conoscere anche questi rischi», così da poter scegliere di volta in volta quale tipo di protesi utilizzare in una artroplastica primaria. Al momento negli Usa circa il 12% degli interventi di protesi primaria all’anca avvengono già con un modello a doppia mobilità.
Stefania Somaré
Giornalista Tabloid di Ortopedia








