Secondo un recente studio condotto dalla WashU Medicine, negli Stati Uniti, l’intervento di rivestimento dell’anca di Birmingham darebbe esiti migliori di un’artroplastica totale, soprattutto in pazienti sportivi amanti di attività ad alto impatto e fatica, che possono favorire l’insorgenza dell’artrosi di anca prima del tempo. Non è raro che, in questa parte della popolazione, l’artrosi inizi a dare fastidi importanti anche a 30, 40 o 50 anni e la scelta di una protesi di rivestimento può andare incontro alle loro elevate richieste funzionali. Pubblicato su The Journal of Bone and Joint Surgery, lo studio analizza gli esiti a lungo termine della tecnica di rivestimento dell’anca in 224 pazienti di età compresa tra i 35 e i 59 anni, operati presso l’Ospedale Barnes-Lewish tra il 2006 e il 2013. Autore senior del lavoro è Robert Barrack, professore di Chirurgia Ortopedica presso la WashU Medicine.
Questo lavoro mostra la superiorità dell’artroplastica di rivestimento dell’anca effettuata con tecnica di Birmingham nel supportare i pazienti nelle loro attività sportive. Spiega il professor Barrack: «se confrontiamo i risultati con quelli di una artroplastica totale, si vede che il numero di pazienti che riesce a tornare a praticare la corsa e sport come basket e tennis, che richiedono cambi di direzione rapidi, è tre volte maggiore. Inoltre, quasi tutti sono attivi anche a 14 anni di distanza dall’intervento». Il rovescio della medaglia sta nella difficoltà di effettuare la tecnica di Birmingham, che richiede grande precisione: le strutture native vengono infatti conservate, andando a sostituire solo le parti danneggiate dall’artrosi con delle controparti in metallo. In questo modo si preserva la normale distribuzione del peso a livello dell’anca, il che consente di continuare a svolgere attività sportiva ad alto livello. L’allineamento delle componenti metalliche superficiali inserite deve essere perfetto al millimetro, per evitare di creare frizioni che possano generare ioni metallici che entrerebbero poi nel sangue.
Se si confrontano i risultati ottenuti con la tecnica di Birmingham e con l’artroplastica totale, almeno nella casistica di questo studio, si osserva che la prima si associa a percentuali molto basse di complicanze: nel campione preso in esame, in 15 anni solo il 4% dei partecipanti ha avuto bisogno di una chirurgia di revisione. Lo studio si basa anche sulla valutazione delle risposte che i pazienti del professor Barrack hanno fornito nel corso degli anni ad appositi questionari inerenti il tipo di attività fisica svolta, ripetuti negli anni. Queste informazioni permettono di dire che circa il 60% dei pazienti che hanno ricevuto una artroplastica di rivestimento con metodo Birmingham valutano la propria attività fisica a 10 anni dall’intervento tra il 9 e il 10, in una scala a 10 punti. Nei pazienti operati in modo tradizionale, la percentuale scende al 20%. Oltre alla funzionalità, l’intervento produce effetti positivi anche sul dolore, riducendolo. Al momento questo tipo di procedura viene eseguita in pochi centri ed è più indicata per gli uomini, per problemi che riguardano la dimensione della coppa utilizzata, spesso troppo grande per l’acetabolo di una donna.
Stefania Somaré
Giornalista Tabloid di Ortopedia








