La ricostruzione del legamento crociato anteriore è un intervento chirurgico molto comune – nei soli Stati Uniti se ne fanno oltre 200 mila ogni anno – ma il materiale utilizzato per creare il nuovo legamento può variare e questa scelta non è indifferente per il successo del trapianto. Lo conferma uno studio presentato lo scorso luglio a Seattle, in occasione del convegno annuale della American orthopaedic society of sports medicine (Aossm), e condotto da Craig R. Bottoni, del Tripler Army Medical Center di Honolulu, alle Hawaii.
In caso di lesioni primarie isolate del crociato anteriore, le principali metodiche chirurgiche adottate prevedono un autograft, ossia il trapianto autologo di tendini (quasi sempre il rotuleo o gli ischiocrurali) oppure un allograft, il trapianto omologo da cadavere. C’è poi la possibilità di ricorrere a tendini realizzati con materiali sintetici, ma questa metodica in passato ha dato origine a numerosi fallimenti, tanto da essere poi abbandonata; solo negli ultimi tempi, l’affacciarsi di nuovi materiali ha riaperto questa opzione.
Considerazioni cliniche e biomeccaniche giocano un ruolo importante sulla scelta, ma anche l’esperienza dei singoli chirurghi. I medici americani hanno confrontato autograft e allograft. Bottoni e il suo gruppo di ricercatori hanno seguito in uno studio clinico prospettico 99 pazienti (100 ginocchia) che avevano avuto una rottura del legamento crociato anteriore dal giugno 2002 all’agosto 2003. I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi per ricevere un allograft oppure un trapianto autologo con ischiocrurali. Quasi tutti i pazienti erano militari e la maggior parte (87) di sesso maschile, l’età media al momento dell’infortunio era di 29 anni e la rottura si era prodotta durante la pratica di attività sportiva. Tutti gli allograft sono stati forniti da una banca dei tessuti certificata, processati in modo asettico e congelati senza irradiazione. Il tipo di fissazione è stato identico, così come il protocollo di riabilitazione post-operatoria. Come outcome primari sono stati scelti l’integrità dell’innesto, la stabilità e la funzionalità del ginocchio valutate soggettivamente dai pazienti. Nei trapianti da donatore ci sono stati 13 fallimenti (26,5%) contro i quattro riscontrati negli autotrapianti (8,3%). Tra gli altri pazienti, in cui l’innesto si era mantenuto intatto, non c’è stata differenza riguardo a integrità, stabilità e funzionalità.
«I risultati – ha riassunto Bottoni – evidenziano che, nei pazienti sportivi di giovane età, i trapianti da donatore hanno percentuali di fallimento superiori rispetto agli autotrapianti. Dopo un follow-up durato dieci anni, più dell’80% dei tendini innestati erano intatti e avevano mantenuto la loro stabilità, ma tra i pazienti che avevano ricevuto un allograft i fallimenti sono stati più del triplo rispetto a quelli sottoposti ad autotrapianto». Tuttavia, come avverte lo stesso autore, tutti i casi di allograft considerati nello studio erano dello stesso tipo (tibiale posteriore) e quindi i risultati non sono generalizzabili per gli altri tipi di trapianti da donatore.
American Orthopaedic Society for Sports Medicine (Aossm) Annual Meeting 2014








