Due su cento può sembrare una cosa da poco, ma su grandi numeri anche una piccola percentuale assume dimensioni di rilievo. Così, su quasi un milione di protesi d’anca o di ginocchio effettuate negli Stati Uniti, il 2% di infezioni riportate corrisponde a poco meno di 20.000 pazienti costretti ad affrontare una complicanza molto fastidiosa e pericolosa.
La Infectious Diseases Society of America (Idsa) ha pubblicato linee guida su questo argomento, in cui si pone l’accento sulla necessità che team di medici di diverse specialità, lavorino insieme per ridurre le disabilità, i decessi, ma anche i costi che si associano al crescente numero di infezioni alle articolazioni protesizzate.
I team multidisciplinari dovrebbero comprendere sempre un ortopedico e uno specialista di malattie infettive, oltre ad altri professionisti scelti caso per caso. Per esempio, un internista sarebbe utile per un paziente anziano con patologie cardiache, mentre potrebbe essere coinvolto un chirurgo plastico in presenza di ferite chirurgiche che faticano a rimarginare in modo corretto. Insomma, la terapia deve essere ritagliata su misura per i pazienti che, in aree poco abitate dove gruppi interdisciplinari di medici sono difficili da allestire, andrebbero indirizzati verso centri specialistici di riferimento.
Le linee guida sono state rese disponibili online dalla rivista Clinical Infectious Diseases e si soffermano sui metodi più appropriati per il trattamento delle infezioni e per una diagnosi precoce che, anche in questo caso, può fare la differenza nella prognosi. «Eppure queste infezioni possono essere difficili da diagnosticare – fa notare Douglas R. Osmon, professore presso la divisione di malattie infettive della Mayo Clinic di Rochester e membro del panel che ha steso il documento –. Una volta diagnosticate, esistono molte opzioni diverse di trattamento che possono permettere di raggiungere lo stesso risultato: le linee guida costituiscono un quadro di riferimento molto utile».
La maggior parte delle infezioni richiede trattamenti antibiotici prolungati e un nuovo ricorso alla chirurgia, dalla pulizia dell’area infetta alla sostituzione della protesi fino all’amputazione nei casi più gravi.
Tra le diverse raccomandazioni rivolte ai medici, le linee guida del’Idsa indicano che un sospetto di infezione protesica dovrebbe sorgere in caso di persistenti secrezioni dalla ferita o dai fori di drenaggio, così come quando il paziente avverte un dolore improvviso alla protesi oppure ha un dolore che si protrae a lungo dopo l’intervento.
Tra i pazienti con infezione periprotesica accertata, coloro che hanno una protesi stabile, senza ferite aperte e che si sono sottoposti all’intervento chirurgico meno di trenta giorni prima sono probabilmente candidabili per il debridement, ossia per la riapertura dell’incisione e la pulizia chirurgica dei tessuti da tutto il materiale infetto.
Quando l’infezione è estesa all’osso e ai tessuti circostanti, può essere necessario rimuovere la protesi. In quei pazienti che non sono in grado di camminare e che hanno tessuto osseo residuo insufficiente o infezioni dovute a organismi altamente resistenti, è possibile che gli impianti debbano essere rimossi in modo permanente. Infine, l’amputazione dell’arto può rendersi necessaria, ma solo come ultima risorsa e dopo un esame approfondito in un centro specialistico.
Relativamente al trattamento antibiotico, le linee guida raccomandano una durata da quattro a sei mesi con somministrazione intravenosa oppure orale di farmaci altamente biodisponibili.








