Sostituzioni dell’anca, ustioni gravi, lesioni al midollo spinale: queste e altre situazioni traumatiche comportano, tra le altre, quella dolorosa complicazione che si associa al processo di guarigione chiamato ossificazione eterotopica. Si tratta di una formazione ossea anomala all’interno dei muscoli e dei tessuti molli, un fenomeno purtroppo comune che si verifica in genere settimane dopo un infortunio o un intervento chirurgico. I pazienti soffrono di una ridotta gamma di movimento, gonfiore e dolore.
Attualmente, «non c’è modo di impedirlo e una volta che si è formato, non c’è modo di invertirlo», afferma Benjamin Levi, direttore del laboratorio di medicina di ustioni, ferite e rigenerazione e del centro di ricerca traslazionale del Michigan Medicine. E mentre gli esperti sospettavano che l’ossificazione fosse in qualche modo legata all’infiammazione, una nuova ricerca, coordinata proprio da Levi, mostra come il fenomeno si sviluppi su scala cellulare e addirittura suggerisce una possibilità di fermarlo.
La chiave di volta sono i macrofagi, cellule che giocano un ruolo molto importante nelle risposte immunitarie naturali e specifiche. «I macrofagi sono una popolazione eterogenea, alcuni sono utili per la guarigione e altri no» spiega Levi. In particolare, durante la formazione dell’ossificazione eterotopica, la maggiore presenza di macrofagi che esprimono TGF-beta (fattore di crescita trasformante beta) porta a un segnale errato inviato alle cellule staminali che formano l’osso.
Oggi, l’unico modo per trattare l’ossificazione eterotopica è aspettare che smetta di crescere e poi rimuoverla, anche se in questo modo non si riesce mai a ripristinare completamente la funzione articolare. Ma questa nuova ricerca suggerisce che potrebbe esserci un modo per trattarlo a livello cellulare: gli stessi autori stanno tentando, su modello animale, di alterare i macrofagi che esprimono TGF-beta, riducendo la loro capacità di inviare segnali alle cellule staminali che formano l’osso e che portano all’ossificazione eterotopica. C’è ancora molto da studiare, ma la ricerca è partita.
Renato Torlaschi
Giornalista Tabloid di Ortopedia









