La profilassi farmacologica del tromboembolismo venoso è considerata la principale misura di prevenzione di quella che è una delle più temute complicanze chirurgiche, sicuramente quella gravata dai più alti tassi di mortalità e morbilità. Ciononostante, il suo impiego nel periodo perioperatorio è talora controverso per il connesso aumento del rischio emorragico, specialmente negli interventi di media e alta complessità. «Abbiamo l’urgenza di individuare l’approccio più corretto per la prevenzione di due rischi che nella gestione del paziente chirurgico appaiono interdipendenti» scrivono gli autori di uno studio pubblicato su Anesthesia & Analgesia condotto proprio per valutare questo trade-off clinico insito nell’esigenza di controbilanciare tra loro le due complicanze.
Il primo sull’argomento di vasta portata, sia per l’ampiezza del campione che per l’eterogeneità delle procedure chirurgiche contemplate, lo studio ha esaminato una coorte di oltre 6 milioni e mezzo di pazienti chirurgici (con l’esclusione delle sole procedure cardiache) dal database del National Surgical Quality Improvement Program dell’American College of Surgeons nel decennio 2006-2017, analizzando i dati relativi agli eventi tromboembolici avvenuti entro 30 giorni dall’intervento e agli eventi emorragici, identificati in base alla necessità di terapia trasfusionale, occorsi nelle prime 72 ore. Hanno poi confrontato i rispettivi tassi di mortalità.
I due parametri considerati, odds ratio e mortalità attribuibile, che sono stati calcolati separatamente per ogni anno e aggiustati per ben 79 variabili potenzialmente confondenti, pongono in tutto l’arco di tempo gli eventi emorragici al primo posto tra le due complicanze peri e post-chirurgiche, mentre il contributo di trombosi venose profonde ed embolie polmonari alla mortalità dei pazienti operati è risultato essere sempre nettamente inferiore. Il sanguinamento, quindi, sembra nettamente più letale riuspetto ai coaguli.
«Il database utilizzato non fornisce informazioni sull’adozione o meno di una profilassi farmacologica del tromboembolismo nei singoli casi, impedendoci di metterla in relazione con la mortalità dei pazienti per questa causa – precisano Robert Freundlich e i collaboratori del Vanderbilt University Medical Center di Nashville –. È quindi probabile, dato il ricorso ormai ampiamente diffuso a tale misura preventiva, che i nostri risultati siano spiegabili in questi termini».
D’altra parte, i ricercatori sottolineano anche la possibilità che all’interno dei loro dati vi sia una sottostima di entrambi i fenomeni, per diagnosi tardive o mancate nel caso degli eventi tromboembolici e per la limitazione ai pazienti con necessità di trattamento trasfusionale nel caso delle complicanze emorragiche.
Monica Oldani
Giornalista Tabloid di Ortopedia








